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Scuole superiori

Sei diventato grande ma sei sempre lo stesso. Distratto, complicato, curioso. Il mio bambino. Ti ho desiderato più di ogni altra cosa e sono rinata con te. Con i tuoi piedoni lunghi, i tuoi riccioli, il tuo fisico così simile a quello dell’uomo che amo da sempre. Eri un bambino speciale, sei un ragazzo unico. Particolare. Un angelo rock, che vuol fare il duro ma che ha gli occhioni grandi e sinceri, che fin da piccoli erano incapaci di mentirmi. E oggi inizi un nuovo percorso. Difficile. Ma io so che ti piacerà. Perché per te il sapere è vitale, perché devi sempre scoprire cose nuove, perché il passato è davvero luce per il presente. Non mi sono mai commossa. Non all’asilo, non alle elementari, neanche alle medie. Ma stamattina ho il magone delle grandi occasioni. Perché salirai su quel treno e rivedrò me stessa. Perché siamo così simili tu ed io e non è un complimento. Perché ti siederai sulle sedie su cui mi sono seduta io, inseguendo le gesta degli eroi antichi, studiando una cultura, quella classica, su cui ho fondato la mia vita. E noi, che già ci capiamo con uno sguardo, ci capiremo ancora di più. Io sarò sempre qui. A guardarti, da lontano, senza perderti di vista ma senza farmi vedere, come vuoi tu. Vai piccolo gigante del mio cuore, vivi, impara, sorridi.

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September 11th

11 settembre. Sono passati 17 anni ma ognuno di noi si ricorda perfettamente dov’era e cosa stava facendo in quel momento. Io ero in giro per una commissione e, rientrata in ufficio, avevo trovato la mia collega attonita davanti allo schermo. Sembrava uno scherzo. Anzi, in un primo momento, ho pensato fosse il trailer di un filmone americano alla Indipendence Day. E invece no. Le ore successive sono state un susseguirsi di immagini, resoconti, articoli di giornale, testimonianze. Ci siamo ritrovati tutti ai piedi del World Trade Center, pieni di polvere, detriti. Increduli. A chiederci perché. Come fosse possibile. Poi la vita è ripresa e purtroppo ci sono stati altri attentati in questi anni, così tanti che l’ennesima notizia ci turba meno di quello che dovrebbe. L’11 settembre ho deciso che non avrei mai rinviato a domani quello che potevo fare oggi. Che avrei viaggiato il più possibile per conoscere il mondo. Che avrei messo al mondo figli a cui spiegare che l’amore non conosce la violenza, a partire dal quotidiano. Che non mi sarei fatta fermare da chi voleva limitare la mia libertà, anche se avevo paura, anche se ne ho ancora, quando sento di furgoni che travolgono la folla. Che avrei cantato, riso, vissuto ogni attimo con tutta l’intensità di cui ero capace. Che avrei detto ti amo, ti voglio bene, grazie, vaffanculo, scusa senza lasciare situazioni sospese, perché la vita è ora, non domani. Non dimentichiamo mai l’11 settembre. Sarebbe come scordare da dove ha origine il nostro mondo. E questo, davvero, non possiamo permettercelo.

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Sciatterie

No ragazze, così non va bene. Inutile che ci lamentiamo che il nostro uomo ci trascura o, peggio, ci tradisce. Inutile, se poi cadiamo in sciatterie da brividi. Sí sì, lo so, l’amore è cieco e se lui vi ama accetta tutto. E ok, concordo, che in fondo basta dargliela per farli felici. Ma a tutto c’è un limite. Se non lo fate per lui, fatelo per voi, e per il vostro specchio, che merita rispetto. Allora. Partiamo dai capelli. La crescita. Se non siete più una ragazzina e avete i capelli bianchi, rassegnatevi a tingervi spesso o ai colpi di sole. Oppure optate per il grigio o il bianco, che ora va di moda. Ma la crescita no. Dà subito l’idea di incuria e trascuratezza. Anche se avete la piega perfetta. Idem il capello sporco. Avete presente quello unticcio? Ecco. Se non fate in tempo a lavarvi o se avete i capelli grassi, legateli. Perché a sembrare la strega Amelia di Paperino è un attimo. Le unghie. Se mettete lo smalto, per favore che sia perfetto. Quello sbeccato, sbiadito, rovinato fa il pari con la crescita. Meglio un unghia senza nulla, pratica, sportiva, pulita. I piercing. Bucatevi quanto volete, anche se a me la ferramenta in varie parti del corpo non piace e avrei il terrore di suonare sotto il metal detector all’aeroporto. Bucatevi, ma poi non tormentate quei poveri orecchini. Soprattutto quelli sulla lingua. Che voi non vi renderete conto delle facce che fate, in quel continuo stuzzicare il pallino con i denti. Sembrate uno scimpanzè che mastica e spesso parlate come Lino Toffolo. Please, no. Il rossetto sui denti. Mamma mia che fastidio! Quella roba rossa o rosa sul vostro splendido sorriso è un pugno in un occhio. Quasi come la foglia di insalata, che puntualmente si infila dove non deve se esco a pranzo in centro. I leggings bianchi. Neanche se avete un sedere da mille squat al giorno. Non stanno bene a nessuna. Evitate anche i leggings inguinali, quelli che delineano perfettamente il profilo delle vostre parti intime. Volgare, brutto da vedere, inutile all’acchiappo. Meglio un bel paio di jeans bianchi e il successo è assicurato. Le calze color carne. Quelle da effetto gamba di Barbie, e voi non siete la Barbie, e meno male perché il Ken non è dotato di attributi. Quindi. O senza calze o altra tinta grazie. Il gambaletto. Devo spiegare perché no? A parte che ammazza la circolazione e crea un solco permanente tipo laccio emostatico, è davvero inguardabile. Noi invece amiamo essere guardate e apprezzate. Che chi dice il contrario, mente. O lo fa per una sorta di vezzo snob a cui non crede nessuno. Curatevi ragazze. Siate sempre pronte ad incontrare il principe azzurro. Anche se, sappiamo benissimo, che ci imbatteremo nel figo paura, che puntiamo da mesi, la sera, in ciabatte e pigiama, il mollettone in testa, mentre andiamo a buttare la spazzatura. Ma quella è un’altra storia.

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Rispetto

Se tutti imparassimo a rispettarci l’un l’altro questo mondo sarebbe diverso. Ci avete mai pensato? A partire dalle relazioni più semplici, amicizia, amore. Spesso invece è proprio questo che manca. Il rispetto. Ci si avvicina ad altri, si prende ciò che serve, in termini materiali e spirituali, e poi ci si allontana, senza curarsi delle conseguenze. La nostra società è piena di persone che calpestano sentimenti e promesse, che credono che si possa dimenticare nel tempo di un battito di ciglia, che chiudono relazioni come armadi pieni di vestiti vecchi. E non si tratta di uomini e donne malvagi, no no, semplicemente di esseri che pongono al centro sè stessi e tutto il resto è solo una conseguenza. È terribile tutto questo. Intollerabile a tratti. Siamo libere creature, abbiamo un mondo in cui correre, ma non dobbiamo mai scordare che gli altri meritano quello che meritiamo noi. Che le persone non sono cose. Che i sentimenti vanno riconosciuti e rispettati. Che le menzogne sono boomerang che ricadranno su di noi. Impariamo ad essere sinceri e attenti a chi ci sta accanto. A pesare le parole e i gesti. Ad amare davvero senza doppi fini. Siamo esseri unici e meravigliosi. Se rispetteremo gli altri e il mondo, lo saremo ancora di più.

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Avverbi

Usiamo avverbi pericolosi.

Ti amo PER SEMPRE.

Non ti dimenticherò MAI.

Saró SEMPRE QUI.

La nostra amicizia durerà IN ETERNO.

Su di me potrai SEMPRE contare.

Pericolosi perché il per sempre non esiste. Perché siamo esseri fragili e appesi a un ramo sottile come le foglie. Perché le situazioni cambiano e noi con esse. E quei per sempre possono far male a chi li aveva presi sul serio.

Promettete con moderazione.

Mantenere è SPESSO difficile.

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Cambiamento

Comincia sottile in un angolo dell’anima. Poi si fa sempre più forte. Sale nel cuore. In gola. In testa. Preme dentro di te e non riesci ad afferrare cosa sia. Poi capisci. E lasci che avvenga. Il cambiamento. Quello vero, che chiude tutti quegli spiragli lasciati aperti per paura, pigrizia, affetti. Chiude tutto e apre una strada nuova. E a quel punto puoi, anzi vuoi, seguirla senza indugi. Non ho più tempo per chi é stato e non è rimasto. Per chi ha chiesto senza dare. Il mio treno è partito e corre veloce, senza più ritardi. Felice, curiosa, entusiasta. Sí.

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Fiori e botte

Un mazzo di fiori. Tutte le volte mi regala un mazzo di fuori. Con un biglietto su cui scrive “Scusa. Non lo farò più”. Li ho tenuti tutti i biglietti, li ho messi in una scatola di latta rossa, quella dei biscotti Krumiri. È la scatola dei non lo faccio più. Però poi lo fa ancora. Basta un nulla. Un asciugamano piegato male in bagno. Una camicia stirata non perfettamente. Una mia gonna troppo corta. Inizia a urlare. A volte arriva una telefonata oppure qualcuno citofona e finisce lí. Però spesso urla sempre più forte. Come se non riuscisse a fermarsi. Inizia a seguirmi per tutta la casa, in un crescendo di parole, insulti, accuse. Se parlo urla di più. Se sto zitta pure. È come se qualcosa si impadronisse di lui e all’improvviso esplodesse. E finisce sempre nello stesso modo. Che sia una sberla, un calcio, un pugno. Finisce che mi picchia. E poi inizia ad accarezzarmi, a baciare dove ha picchiato, fino a venire dentro di me e a sussurrarmi che mi ama e che non può stare senza di me. Una volta o due ho provato a negarmi, ma mi ha fatto così male che ora lo lascio fare. Perché poi si calma. Dorme. La mattina dopo mi prepara il caffè e dopo due ore arrivano i fiori. Con il biglietto. Dovrei denunciarlo. Lasciarlo. Ma ogni volta spero che sia l’ultima. Che questi fiori siano il nostro giardino per una vita migliore. Che il bimbo che sta crescendo dentro di me lo plachi una volta nato. Che possa tornare ad essere il mio ragazzo speciale, che mi aspettava fuori da scuola con il motorino e mi portava al mare. Con cui sognavo di fare lunghi viaggi e di camminare sempre mano nella mano. Lo spero e intanto sto zitta. Nascondo i segni delle botte. Sorrido sempre. I fiori che mi manda mi danno la nausea. Il loro profumo sa di sangue. Ma sto zitta. Forse spero che mi faccia tanto male da non potermi più nascondere. Perché mi vergogno. Mi vergogno ad accettare tutto questo. Mi vergogno a raccontarlo in giro. Mi vergogno di essere incapace di ribellarmi. Mi vergogno di amarlo. Perché lo amo e mi odio. Stringo sta scatola di Krumiri e vorrei aprirla e trovare solo i biscotti che mangiavo da bambina. Nessuno merita un amore così, nessuno. Lo dirò al bimbo nella mia pancia. Se è un maschio gli insegnerò a rispettare le donne, se è una femmina che l’amore non usa le mani, se non per accarezzare. Non si vive nella paura, si sopravvive. Non si respira nel terrore, si è in affanno. Ribellatevi. Aiutatevi e aiutatemi. Non accettate tutto questo. Fatelo voi e portatemi via da qui. A volte, la morte si sconta vivendo.

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Google

Oggi Google compie vent’anni. Il 4 settembre del 1998 Larry Page e Sergey Brin hanno fondato infatti il motore di ricerca che usiamo praticamente tutti. Una curiosità. Il nome deriva da Googol, termine coniato dal matematico Edward Kasner negli anni Trenta per indicare un numero che ha un uno e cento zeri. Googol, Google, Gugol che sia non possiamo più vivere senza. I miei figli non sanno neanche cosa voglia dire cercare delle notizie al buio spulciando tra i libri in biblioteca. Adesso basta digitare un nome qualunque e un minimo di idea sull’argomento ce l’hai. Fondamentale nel lavoro, nel tempo libero, nei viaggi, in tutto insomma. E non dite che si stava meglio quando si stava peggio perché davvero Google ha reso semplice un’infinità di azioni di ricerca che impattano sul nostro quotidiano. E pensate che i due inventori, quando si conobbero, si stavano discretamente sulle balle. Un po’ a insegnarci che, nella vita, un conto è il lavoro, un conto l’amicizia. Mentre noi siamo portati a mescolare un po’ tutto e a prendere così molto sul personale delusioni che sono in realtà solo professionali. Google come la doccia, il telecomando, il frigorifero, la lavatrice. Come tutte quelle cose di cui potremmo fare a meno ma che per fortuna ci sono. D’altra parte, come ho letto da qualche parte, Google è donna: non ti dà nemmeno il tempo di finire una frase, che già ti dà suggerimenti.