Il nostro tempo é troppo prezioso. É limitato. Non torna. Dopo i 40 inspiegabilmente accelera. Non sprecatelo in inutili discussioni, non soffermatevi sui cavilli, ragionate in grande. Il mio tempo migliore é quello degli affetti. Tutto il resto passa, é un dettaglio. Chi si ricorderà di voi? Chi avete amato, solo loro. Dedicate a loro il vostro tempo, al resto le briciole. La società ci impone l’esatto contrario: tutto al lavoro, le briciole a famiglia e amore. Nulla di più sbagliato. Correggete la rotta. Subito. Il tempo stringe e non torna più
La rabbia. La solitudine. Il senso di impotenza di fronte a un flusso di situazioni che da decenni non riesci a cambiare. La delusione. Goccia dopo goccia, tutto questo ha scavato una voragine, che mi sforzo senza sosta di riempire di energia, entusiasmo, sorrisi, amore, positività. La voragine assorbe tutto, ma io non mi arrendo. Non fermatevi mai all’apparenza. Dietro a un sorriso, a un bel reel su Instagram, alle foto studiate, ci sono mondi che neanche immaginate. Rispettate chi incontrate, anche solo sui social. Rispetto. Il pacchetto che tutti dovremmo mettere sotto l’albero.
Mortara è di nuovo orfana, in un annus horribilis, che ci ha prima lasciato senza sindaco e ora si è portato via la Signora della Cultura mortarese. Maria Forni ha rappresentato per decenni la scuola, l’istruzione, la storia locale, la letteratura della nostra città e non solo. La Maria era un punto di riferimento sicuro e tangibile, una mente limpida e acuta, una certezza per chi avesse necessità di una boccata d’aria in un mondo sempre più superficiale e scontato. Lei no. Lei sapeva andare in profondità, con quel suo eloquio pacato e signorile, quella parlata inconfondibile, in cui l’aggettivo si accordava sempre perfettamente al sostantivo, in cui la citazione dotta non era mai stucchevole, ma scandiva il ragionamento nel più naturale dei modi. Maria, e con lei sua sorella Anna, ha segnato la mia vita in modo indelebile: ero una ragazzina appassionata di libri, ma ancora insicura sulla strada da intraprendere, su quali studi fare, su quale scuola fosse meglio per lei. Anna e Maria sono state il mio faro e, se sono ciò che sono, perchè la cultura ci plasma più di quanto possiamo percepire, lo devo anche a loro. Negli anni, ci siamo confrontate infinite volte in biblioteca, prima a Cambieri e poi al Civico 17, abbiamo parlato di dialetto lomellino e di tragedia greca, di poesia montaliana e di vicende locali. Sempre con la leggera profondità di chi queste cose le frequenta ogni giorno, non per dovere, ma per vera passione. Perchè Maria era una donna appassionata: per i pochi che non la conoscevano, non pensate che una donna di una simile cultura fosse “un topo da biblioteca”. Maria era una persona molto concreta: è stata una docente e preside innovativa e aperta alle nuove generazioni, una donna dinamica e mai ferma, una vera forza per la nostra città. Nel suo ultimo articolo su Vaglio, Maria scrive del “rapporto dialettico indissolubile” fra rumore e silenzio. Quel silenzio che, come spiega lei, ha “una funzione consolatoria per i dolori e le inquietudini dell’anima” e che rimbomba oggi più che mai nella campagna lomellina, tanto amata dalla prof, che aveva una cultura unica anche del nostro dialetto, così importante per definire ciò che siamo. Ciao Maria, quanta tristezza e quanta gioia nello stesso tempo per aver avuto il privilegio di conoscerti. Grazie per aver lasciato a Mortara un “monumentum aere perennius”, un monumento più duraturo del bronzo, per essere stato un esempio che, noi, ora abbiamo il dovere di perpetuare. Tu, come Bianca con te nella foto qui sotto, siete esempio concreto del “non omnis moriar” oraziano: vi porteremo sempre nel cuore….
Vivo a Mortara da quando sono nata. Mi sono sempre sentita fuori posto, ma non é colpa di Mortara. É colpa mia che sono strana. Eppure Mortara é la mia città, il mio paese, ne conosco gli angoli, la storia, le tradizioni, il dialetto. Potrei girare a occhi chiusi e non andrei a sbattere. Forse pesterei qualche cacca, ma confido nel mio olfatto. La frequento ogni giorno e per un po’ ne ho anche scritto quotidianamente, cercando di cogliere i tanti cambiamenti degli ultimi anni. Perché Mortara é cambiata in questi 50 anni e, per quello che vale la mia opinione, non in meglio. É cambiato il suo aspetto, si é spenta, molti negozi hanno chiuso e non sono stati sostituiti da nuove attività. É cambiata la sua società, più composita e internazionale, ma lo scambio di culture, che é un elemento positivo e rigenerante, non sembra aver dato buoni frutti. Siamo cambiati noi mortaresi, siamo stanchi e disillusi, abbiamo voglia di riavere la nostra città ma facciamo davvero fatica a invertire la tendenza. Ci sono associazioni e persone che stanno dando l’anima per far ripartire la città, per sollecitare una svolta, e lo fanno per amore di Mortara. Senza altri fini. Elemento più unico che raro. Eppure la sensazione é che si continui a sprofondare. Mortara era una città tranquilla, un po’ sonnolenta, ma carina e bentenuta. Ora la parola che domina é degrado. Non so a voi, ma a me non piace l’idea di vivere nel degrado. Manco per un po’. E, anche se sono fuori posto, non voglio andare via perché questa è la mia città. E la rivorrei indietro. Ecco. Ci tenevo a dirlo. Mentre si accendono le luci di Natale e si esprimo i desideri sotto l’albero. Il mio è quello di riavere la Mortara “dove non c’é niente ma si vive bene”. Dite che si può?
Mio marito é una persona molto razionale, meno impulsiva di me, in genere piuttosto moderata nelle reazioni. Ma in auto no. In auto si trasforma nel peggiore degli ultras. Mors tua vita mea. Odia chi gli fa i fari da dietro, chi non mette la freccia, chi non parte allo stop, chi va piano, chi va veloce, i camion, i furgoni, le donne al volante, gli anziani al volante, i giovani al volante. Cioè tutti, tranne se stesso. I gesti si moltiplicano, le imprecazioni pure. Un giorno o l’altro, si accapiglierà con qualcuno. Ovviamente meglio non contraddirlo. Anche perché a me, confesso, fa ridere. E più rido, più si incazza. Più si incazza, più rido. E così, fino all’arrivo. Buon viaggio miei cari 😉
Raf a Sanremo. Scatta la ricerca su YouTube di tutte le canzoni per farle ascoltare ai miei figli. Senza self control, sentendosi la più bella del mondo e amando la gente di mare, perché in fondo non é mai un errore e resta solo da capire cosa resterà degli anni ‘80. Loro molto perplessi, io sognante, ricordando tutte ie volte che ascoltavo il battito animale sognando qualcuno che mi urlasse ti pretendo ♥️
Raf a Sanremo. Scatta la ricerca su YouTube di tutte le canzoni per farle ascoltare ai miei figli. Senza self control, sentendosi la più bella del mondo e amando la gente di mare, perché in fondo non é mai un errore e resta solo da capire cosa resterà degli anni ‘80. Loro molto perplessi, io sognante, ricordando tutte ie volte che ascoltavo il battito animale sognando qualcuno che mi urlasse ti pretendo ♥️
Negozio di calze. Nota marca di collant. “Un paio di calze velate resistenti, per favore”. Prezzo quanto 5 paia del supermercato. Le porti trionfante a casa e, mentre ti prepari per uscire al sabato sera, ne declami le virtù al marito. Che non ti ascolta, ma dopo trent’anni finge bene. Le indossi con la massima attenzione e, non appena arrivi in fondo, noti un buchino a livello dell’alluce. Guardi bene e il buco si allarga. Bum. Mentre spennelli smalto per arginare la voragine e cambi scarpe per evitare che si veda, ti riprometti “mai più”. Mai più calze a sto prezzo, ma più calze velate, mai più calze. E basta. Tutto in religioso silenzio. Che altrimenti scatta la presa per il culo del tuo lui. Che non ascolta ma ste situazioni le coglie al volo. Odio i collant. Sappiatelo
Visita medica. “Età?”. “50”. Cazzo, 50. E mentre il medico chiede “Allergie? Interventi? Incidenti?” quel 50 gira nel cervello come la pallina di un flipper. Perché se avesse chiesto la data di nascita, sarebbe stato più facile. Invece, età, 50. Fifty. Mezzo secolo. Na’ botta. Perché in fondo stai bene, e questo é quello che conta. Sei in forma, e vorrei vedere, allenamento 5 giorni su 7 alle sette del mattino da una vita, alimentazione monastica alla faccia di chi dice “é costituzione”. Hai una vita soddisfacente, e di questo ringrazio il cielo ogni giorno. Ma sto 50, lo ripeto, non mi appartiene. Eppure c’é. E allora pensi ad un abbigliamento consono, ad essere più signora, ad usare più correttore e fondotinta che le rughe sono saggezza, ma le odio. I 50 sono una piccola rivoluzione. Almeno per me. Un punto di non ritorno. Uno scatto. Con cui forse devo ancora fare i conti, che non si fanno con Botox e ialuronico, ma con il tentativo di un equilibrio. Difficilissimo per una che non lo ha mai avuto. Ma ci provo. Lacolli tacco 12 si converte alle 50 sfumature di Colli. Dove le sfumature sono ahimè la sciatica, le vampate e tanta autoironia 😉
Tra millenials, generazione Z e baby boomers, ci siamo noi. La generazione dell’11 settembre. Noi che nel 2001 avevamo tra i 20 e i 30 anni ed eravamo pronti a conquistare il mondo. Noi che eravamo cresciuti con le sit com americane, con l’idea che gli States fossero il Paese dove i sogni si avveravano, la nazione del self made man e di wonderwoman. Noi che avevamo il globo in mano, la testa piena di viaggi e la voglia di conoscere tutto. Noi figli degli anni 80, della Milano da bere, della caduta del muro. Una grande illusione, piena di crepe e ingiustizie, ma a vent’anni puoi e devi essere illuso. Un mondo crollato, in poche ore, insieme ai due grattacieli di New York. Sbriciolato. Annientato. L’11 settembre siamo diventati adulti, in un attimo. Abbiamo fatto i conti con la guerra, il terrorismo, la precarietà, la paura. Ci siamo sentiti stupidi e persi. E da lì siamo ripartiti. Disillusi, rassegnati, ridimensionati. Curiamo il nostro orticello, che il mondo non è così figo come sembra. E quando abbiamo ricominciato a sognare, con figli e famiglia, mentre gli acciacchi iniziavano a ricordarci che non siamo eterni, ecco il Covid. La Dad, i nostri adolescenti in crisi, le strade deserte e una paura blu di darci un bacio. La pandemia ha completato il lavoro delle Torri Gemelle, insieme al casino internazionale e alle tensioni interne degli ultimi anni. Così, nostro malgrado, abbiamo dovuto accettare che non siamo invincibili. Anche se in fondo non smetteremo mai di crederci. Perché se siamo sopravvissuti a queste tragedie, bè possiamo arrivare ovunque. Noi, la generazione dell’11 settembre.