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Le regole dello star bene

Archiviata anche la quarta stagione de “Le regole dello star bene”. Che dire? É partito tutto per caso, come normalmente accade per le esperienze più belle. Un’occasione non cercata ma afferrata al volo, perché una trasmissione tutta mia, in cui parlare di salute e benessere, era un progetto irrinunciabile. Non é stato semplice e l’aspetto più evidente, la diretta del venerdì su Milano Pavia Tv, è di certo la parte più semplice e divertente. Dietro c’é un lavoro costante e a volte sconfortante, perché trovare sempre idee nuove, temi accattivanti, ospiti disponibili e di livello non è facile. In più ci si è messo il Covid a complicare tutto, con i contagi all’ultimo minuto, i tamponi, le dirette Skype. Ma ce l’abbiamo fatta. Una super stagione, lo dico con orgoglio e tirandomela un po’, perché davvero abbiamo avuto ospiti di livello altissimo con cui abbiamo parlato di temi importanti, con il nostro stile, quella leggerezza che, come scrive Calvino, non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto. Grazie a Milano Pavia TV e al suo fantastico staff per avermi portato per mano in questa avventura che ha toccato quota 118 puntate, grazie a tutti gli ospiti e grazie a voi, che mi avete seguito così numerosi. Ora un po’ di pausa, ricarico le batterie, mi guardò intorno e metto giù le puntate della prossima stagione. Perché le regole dello star bene non vanno mai in vacanza! ❤️

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Mortara al centro

Mi piace sentirmi parte di un gruppo, percepirne l’energia, condividerne gli obiettivi. L’apporto di ognuno è fondamentale per il raggiungimento di uno scopo, soprattutto quando il progetto è importante come la guida di una città. Io so di poter offrire i miei valori, fondati sulla cultura, sulla bellezza della nostra storia locale, sulla riscoperta dei tesori di ciò che ci circonda. E questo, ve lo assicuro, mi dona un’adrenalina creativa fantastica!
@mortaraalcentro

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Falcone

Trent’anni fa, ero un’adolescente che frequentava il terzo anno del liceo classico e che combatteva contro l’anoressia. In quei giorni, fatti di interrogazioni, verifiche, lotte con il cibo, discussioni in famiglia, mentre la primavera sfociava nell’estate, ero chiusa in me stessa e poco era lo spazio che restava per ciò che avveniva fuori dalla mia cameretta. Ma l’attentato a Falcone, quel 23 maggio 1992, me lo ricordo perfettamente. Ricordo la televisione che trasmetteva immagini devastanti e la realtà drammatica che entrava nel salotto mentre cenavamo. La sensazione di fastidio, lo scoramento e l’incapacità di comprenderne il perché. Che a 17 anni fai fatica a spiegarti un gesto così grave, spettacolare, irreversibile. Nelle pagine del mio diario, la cronaca di quei giorni confusi, la mafia che riempie le righe e, per un attimo, prende il posto di tutti i miei drammi adolescenziali. L’ho raccontato ai miei figli, ho mostrato le immagini, ma la sensazione è che chi non ha vissuto quei giorni in presa diretta difficilmente ne colga la tragicità. Ecco, nel trentesimo anniversario, io mi auguro che questa pagina della nostra storia entri nelle aule scolastiche, che i docenti spieghino quel periodo storico, le conseguenze, le indagini, perché, essendo storia troppo recente, il rischio è che i giovani non la conoscano. E non possiamo permettercelo. Perché Capaci non va dimenticata nè relegata a mero momento commemorativo. Va ricordata, attualizzata, compresa, traendo quegli insegnamenti che la storia inevitabilmente porta. Per dire per sempre no alla mafia.

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Basta così

Credo che nella vita si debbano costantemente fare delle scelte. Anzi, credo che l’essenza stessa della nostra esistenza si fondi sulla scelta di una via piuttosto che di un’altra, nella consapevolezza che si andrà sempre perdendo qualche cosa e, probabilmente, guadagnando qualche cosa d’altro. Questo vale per tutti, uomini e donne, giovani e anziani. Ciò che però continua a non essermi chiaro è perché, nel 2022, a noi donne venga ancora richiesto di scegliere tra carriera e figli, tra lavoro e famiglia. Badate bene, non è che ci venga richiesto esplicitamente. No, questo avveniva in passato e, per certi versi, era più onesto. Le nostre mamme, nate negli anni ’50, se il lavoro del marito lo permetteva, potevano fare le “signore”, come si diceva allora, e non lavorare, dedicandosi interamente alla crescita dei figli, alla cura della casa, alla cosiddetta economia domestica. Era uno status normale e vi dirò che a me non sembrava che queste donne vivessero in una condizione di frustrazione per tutto questo. Anzi. Ovvio, i ruoli di dirigenza erano tutti maschili, così come quelli politici, sociali, istituzionali. Le donne ai vertici, rarissime, avevano fatto una scelta per così dire monacale, dedicandosi unicamente al lavoro. Poi, i tempi sono cambiati, l’economia anche, il mercato si è aperto sempre più alle donne e ora molti ruoli importanti sono al femminile. Oh, molto bene. Sì, però è mancato un passaggio, almeno in Italia. Sono scarseggiate politiche per la famiglia, che permettessero a queste donne di continuare ad essere madri, così come gli uomini continuano ad essere padri anche se lavorano e hanno incarichi importanti, ad essere madri dicevo e ad essere anche imprenditrici, personaggi pubblici, donne impegnate nel sociale. Nel nord Europa, per esempio, dove il welfare è avanti anni luce, ci sono asili aziendali anche nelle realtà più piccole, sussidi importanti per le famiglie, congedi per mamme e papà in ugual misura. E allora vediamo donne presidenti degli Stati, manager con quattro figli che serenamente affrontano le giornate essendo donne, madri, mogli, senza dover spiegare di essere tutto questo, ma semplicemente essendolo. Ecco. Il problema è questo, secondo me. Una donna non deve scegliere tra carriera e famiglia, semplicemente perchè un paese civile adotta politiche che le permettano di essere solo una donna. Così come accade agli uomini. Anche perché, le donne, soprattutto se madri, sono più multitasking: chi di noi infatti non ha parlato al telefono con i colleghi mentre preparava il pranzo ai figli, ascoltato un podcast mentre stirava, spedito un’email in attesa che si riscaldasse l’acqua per la pasta? Quindi, basta con il dover specificare le tante cose che siamo. Siamo donne e meritiamo di mirare in alto, sia che abbiamo una famiglia sia che siamo single, sia che ci vada di fare una nidiata di pargoli sa che invece decidiamo di no. Senza doversi giustificare mai. Perché questa è la vera discriminazione. Doversi giustificare sempre. Adesso direi che può bastare. Già, basta così.

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Basta discussioni

Sono stanca di un mondo che vive sulla discussione, sulla polemica, sul conflitto.
Sono stanca di dover misurare le parole per non ferire questo o quello e di dover tacere per il quieto vivere.
Sono stanca della gente che urla e che non lascia parlare gli altri, degli invidiosi, dei presuntuosi.
Ma dove prendete tutti questi astio e questa energia negativa? Ma perché poi?
Non sarebbe più facile semplicemente parlare e confrontarsi, rispettando il nostro essere umani pensanti e dotati di buon senso?
Faccio fatica a seguirvi, davvero. E mi spiace, ma non mi adatterò mai a tutto questo. Continuerò a sorridere, ad essere gentile, a rispondere educatamente alle provocazioni. Nella convinzione che questa sia l’unica strada percorribile per il nostro benessere. Con buona pace degli incazzosi.

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Nonna Carla

Voi non avete idea di quanto mi manchi la mia nonna Carla, con la sua apparente leggerezza, con le sue battute, con i suoi ammmmmmmmore che mi diceva ogni volta che mi vedeva. Oggi vorrei andare da lei e raccontarle l’avventura che sto per affrontare e so che sarebbe energia pura, sincera, vitale. Quasi tre anni che non c’è più, il mondo è cambiato, la pandemia ha sconvolto tutto eppure, ogni volta, che penso a lei sorrido. Ecco, questo è ciò che mi auguro quando non ci sarò più, che le persone, pensandomi, sorridano. Regalare un attimo di serenità è il più bello dei lasciti ❤️ ciao nonna ❤️

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Primo maggio

La pandemia, come tutti gli eventi che mettono a dura prova l’uomo e la sua società, ci ha costretti a ripensare tanti aspetti del nostro quotidiano. E, per certi versi, molti degli aspetti che ci davano noia prima del febbraio 2020, sono divenuti ora più sopportabili, perchè la loro mancanza ci ha letteralmente tolto l’aria in quelle settimane difficili. Sto pensando alla scuola, per esempio: se prima per fare alzare i miei ragazzi al mattino serviva la gru, ora non fanno una piega, perchè l’idea della DAD li uccide. O ancora, il lavoro. Quante volte, ho sentito dire negli ultimi mesi, “lascia stare, sono incasinato col lavoro, troppo da fare, ma se penso a due anni fa va bene così?”. Ecco, anche io sono in questa situazione, tra smartworking e assenza di attività, con ricadute anche economiche pesanti per molti, meglio il lavoro a oltranza. Certo. Però, oggi, primo maggio, credo che sia necessario ricordare che il lavoro è un diritto, ma non il “semplice lavoro”. Il lavoro in sicurezza è un diritto. Il lavoro tutelato da norme certe è un diritto. Il lavoro giustamente retribuito è un diritto. Non basta dire il lavoro, bisogna specificare tutto questo, perchè troppo spesso la cronaca riporta notizie tragiche che non sono più tollerabili nel 2022, troppo spesso ci siamo accontentati di retribuzioni svilenti, di contributi inesistenti, di condizioni di lavoro non adeguate. Per non parlare del lavoro nero, dello sfruttamento, del caporalato. Che non sono situazioni di altri mondi, ma del nostro, civile, industrializzato, tecnologico, evoluto. Ecco, non dimentichiamo di esigere tutti tutto questo. E di essere noi i primi a tutelare la nostra sicurezza seguendo le regole. Le regole, certo. Che sono fatte per farci vivere meglio, non per essere aggirate. In un mondo di furbetti, la paghiamo tutti, spesso anche cara.
Buon primo maggio a tutti voi.
ps: se volete vedere l’origine del primo maggio, date un occhio alle mie storie 😉

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Venerdì d’aprile

Un venerdì di un aprile qualunque. Che poi non è un aprile qualunque, ma il terzo di pandemia. L’”andrà tutto bene” è stato convertito in “speravo meglio, il “saremo tutti più buoni”, in “mors tua vita mea”, con buona pace di arcobaleni ai balconi e bandiere italiane. Un aprile di guerra, di siccità, di crisi economiche. Che mai una gioia è un mood planetario e alla fine ci siamo pure abituati alla resilienza, che mi piaceva così tanto come parola e ora, come tutti i termini abusati, mi porta effetti allergici più del polline e del lattosio.
Ma iniziare con un venerdì di un aprile qualunque fa molto scuola di scrittura creativa, per cui lo lasciamo lì. Tempo incerto, che pure la pioggia non prende posizioni decise, come i nostri parlamentari, tre gocce per gli agricoltori ma abbastanza per non far arrabbiare chi odia gli ombrelli. Un venerdì grigio insomma.
Che la voglia è di chiudersi in casa, spegnere tutto e leggere. Eppure la vita chiama, chiama forte. Ci provi a tenerti lontano dalla mischia, ma è più forte di te. Vivere vuol dire esserci, rinnovarsi, accettare le sfide, metterci la faccia. E allora via le ciabatte, su i tacchi, il sorriso migliore, un velo di trucco e andiamoci a prendere il futuro. Senza girarsi indietro. Perché il passato mi ha reso ciò che sono ma è l’oggi che conta per costruire quel futuro che, nelle sue incognite, è adrenalina pura. Venite con me?

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Senza se e senza ma

Sono geneticamente propensa a preoccuparmi sempre delle conseguenze. Di azioni, parole, decisioni. Conseguenze non per me, ma per la mia famiglia. Per chi amo insomma. E questa attenzione ha molte volte deviato i miei desideri, facendomi mettere da parte progetti che avrebbero, secondo me, avuto un impatto su altri. Benissimo così, mi chiedo se però sia giusto o se sia una scusa per non buttarmi in nuove avventure. Voi cosa ne pensate? Avanti tutta senza se e senza ma o avanti tutta con se e ma?