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DAD, again

Il Covid ha davvero stravolto gli equilibri. Mio figlio da domani sarà in DAD ed è tristissimo. Pochi giorni a casa, in pieno periodo di verifiche e interrogazioni. E lui è tristissimo. Ma voi vi ricordate quando c’era lo sciopero o nevicava e le scuole chiudevano? Felicità pura. Ora, invece, sti ragazzi vogliono andare a scuola, a tutti i costi. Perché non ne possono più della dad, dei tamponi, del virus e di tutte le difficoltà degli ultimi due anni. Vogliono i compagni, la scuola, i banchi, il gesso che stride sulla lavagna. Li vogliono anche con la mascherina FFP2, anche perfino con i pannolini che avevano fatto passare per mascherine lo scorso anno. No, va bè, forse con quelle anche no. Che poi ste nuove regole per la DAD sono davvero un casino. Ho dovuto rileggere la circolare della scuola tre volte per capire cosa avremmo dovuto fare. E, tra seconda dose più dì 120 giorni, prima dose meno dì 14, vaccinato, sintomi, antigenico o molecolare, la sensazione che mi stessero facendo la supercazzola è stata fortissima. Che poi il doppio scappellamento è con il green pass base o con quello super?

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Bocconi amari

Quante volte stiamo zitte per quieto vivere?
Quante mandiamo giù bocconi amari per non fare casino?
Quante poi mettiamo da parte noi stesse per il bene altrui?
Non so a voi, ma a me capita spesso. E tutti questi silenzi non evaporano nel buio, ma sedimentano dentro e costruiscono una corazza di insoddisfazione che non ti fa mai sentire perfettamente a tuo agio. Sapete quando vi chiedono “come va?” e voi rispondete “Bene”, perchè si va tutto bene, ma in realtà non va bene un cazzo. Che dentro avete tutte quelle parole non dette, quei no taciuti, quelle coccole che non vi siete mai concesse. E, a tener dentro, si scoppia e poi, sì, che si fanno dei casini. Meglio lasciar uscire un po’ di sano egoismo ogni tanto. Meglio dire di no e fare incazzare gli altri, che vivere in una eterna insoddisfazione. La vita è una sola, miei cari, riflessione banale ma dovuta. Che nella banalità è nascosta la felicità e troppo spesso ce la lasciamo sfuggire come un palloncino nel giorno della fiera.

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Paura del Covid

Il Covid ci ha lasciato addosso la paura. Paura del contatto, paura della folla, paura di uscire dalla propria zona di confort. Mi capita sempre più spesso di parlare con persone, perlopiù non giovanissime, che avrebbero un sacco di voglia di tornare al cinema, a teatro, a fare shopping, a vivere insomma come prima di quel fatidico 21 febbraio 2020. Hanno voglia, ma sono frenate dalla paura. Controllano ogni giorno i dati del contagio. Hanno le orecchie dritte ad ogni notizia di un positivo. Dormono male. Annullano le relazioni non necessarie. Si chiudono nel loro bozzolo. Ma non ne sono felici, mi dicono, eppure la paura è troppo forte.
Non so quando tutto questo ci lascerà. Il Covid passerà, certo, prima o poi, la situazione è già migliore che in passato. Ma noi? Per noi sarà dura. Come lo è stato per i nostri nonni dopo la guerra. Se hai vissuto mesi con la paura di essere bombardato, per un po’ guarderai il cielo con terrore e ogni petardo sarà un colpo al cuore. I vaccini ci aiuteranno, ne sono certa, ma un vaccino per la nostra mente non c’è e sarà necessario un lungo lavoro per imparare di nuovo a vivere senza paura. A fidarci dell’altro. Ad abbracciarci. A baciarci. Ci riusciremo, ma ci vorrà tanta forza e tanto coraggio. E soprattutto amore, mentre io vedo odio, astio, invidia e cattiveria, come se la paura si portasse dietro un vaso di Pandora di cattivi sentimenti. Che ne dite se proviamo a diffondere amore, invece che odio? Così, tanto per essere diversi dalla massa.
Buona serata 🙂

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Passioni

Le passioni vanno vissute fino in fondo, perché sono il sale della vita.
Dedicate tempo a ciò che vi riempie il cuore e fatene un tassello del vostro quotidiano.
Le mie grandi passioni sono due, la cultura e lo sport (oltre naturalmente al mio splendido marito e ai miei figli ❤️). Sono cresciuta studiando e allenandomi, allenandomi e studiando, e non saprei fare a meno di questi due elementi, fortemente connessi tra loro. Ultimamente mi alleno ascoltando podcast di storia e arte e vi dirò che é davvero rigenerante!
A proposito, oggi vi allenate? 💪🏻😘
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Tv

Da piccola non sognavo di fare la presentatrice. Non mi ha mai attratto la Tv in quanto spettacolo, varietà. Però sul palco mi sono sempre trovata a mio agio. Fin da ragazzina, avevo meno timore a parlare davanti a cento persone che con una sola. Quante storie d’amore possibili non sono neanche iniziate perché mi impappinavo di fronte al ragazzo che mi piaceva, quanti confronti evitati per paura, quanta ansia! Ecco, sul palco tutto sparisce. Indosso il mio sorriso e magari un bel paio di tacchi, e mi sento nel posto giusto al momento giusto. Mi diverto un sacco sí e mi spiace quando tutto finisce. Questa trasmissione, poi, “Le regole dello star bene”, tratta di argomenti in cui credo profondamente: salute, ma soprattutto benessere, di corpo e anima. Grazie dunque a Milano Pavia Tv per la splendida opportunità che mi sta dando da quattro anni e grazie a tutti quelli che, ogni venerdì, mi fanno entrare nelle loro case. Sono un’ospite un po’ rumorosa, lo so, ma sincera. E credo che oggi sia la qualità migliore per un giornalista. Buon sabato ❤️

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Once upon a time

Appartengo a quella generazione cresciuta senza internet e social, che quando doveva fare una ricerca andava in biblioteca e fotocopiava ciò di cui aveva bisogno oppure lo trascriveva da vera amanuense. A quella per cui il cellulare è stata una super novità, ma per telefonare appunto, al massimo avevi gli sms ma dovevi stare attenta a quanti ne facevi, altrimenti li pagavi un botto. Ve li ricordate gli squilli? Che mica c’erano i minuti illimitati, tutto con il contagocce e andava bene così. Appartengo alla generazione delle telefonate dalle cabine telefoniche, prima i gettoni poi la tessera, del Walkman, delle videocassette a noleggio sputate da macchine tipo juke box, dei juke box appunto. Non avevamo bisogno del contapassi per fare 10 mila passi al giorno, perché li facevi, per andare a trovare gli amici o per fare le vasche, che non c’erano le videochiamate e magari ti facevi mezz’ora di strada solo per stare 5 minuti con il tipo che ti piaceva tanto. Non era nè meglio nè peggio di adesso, non mi piacciono quelli che dicono “ai miei tempi…” Era diverso ecco, e per questo anche io sono diversa. Mi sono adattata con gioia ai social, a Netflix, a YouTube, a Spotify, all’home banking (Dio la benedica!), ai giornali online e a tutto ciò che la rete offra. Ma non sarò mai una nativa digitale come i miei figli. Preferirò sempre il contatto alla rete. La carta allo schermo. La musica dal vivo al suono del telefono. Un bacio. Una carezza. Un caffè. Le fotografie sbiadite in cui sei venuta di merda ma era l’ultima del rullino e svilupparne di più costava troppo. Guardo avanti ma ricordo da dove vengo. E i meccanismi social a volte mi sono incomprensibili. Così. Perché a volte viene da pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Sarà l’età?

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Scarpe rosse

Un paio di scarpe rosse. Si lo so, ci vuole ben altro per fermare la violenza contro le donne. Ci vogliono leggi, cultura, tutela, pene certe. Ci vuole una profonda educazione dei nostri figli, un’educazione al rispetto dell’altro e alle sue scelte. Ci vuole un cambiamento di mentalità, che affonda le sue radici nei secoli, e che quindi sarà difficile da estirpare. Ci vuole tanto, tantissimo coraggio da parte delle donne. Ma quello ce l’abbiamo, non preoccupatevi. Iniziamo da oggi, se non lo abbiamo fatto prima. A rispettare noi stesse, ciò che siamo, ciò che pensiamo, ciò che valiamo. Non permettiamo a nessuno di farci violenza, prima di tutto psicologica, uomo o donna che sia. Amiamoci. Rispettiamoci. E oggi indossiamo un paio di scarpe rosse. È solo un gesto. Ma é dai piccoli gesti che partono le rivoluzioni.

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Nel mio mondo

Abito nello stesso posto da quando sono nata, eppure non so niente della maggioranza degli abitanti della mia città. Spesso mi capita che mi dicano “Hai saputo? Ma hai visto questo e quello?” e io non so mai un tubo. Eppure faccio la giornalista, vado a bere il caffè al bar e uso i social. Dovrei essere aggiornatissima. Il punto è che mi faccio i fatti miei. Sento tante cose, pettegolezzi, storie, mormorii. Entrano nel mio cervello ed escono come se niente fosse. Sedimenta solo ciò che conta davvero, che non sono certo le chiacchiere inconsistenti di chi perde tempo a farsi i cazzi degli altri senza guardare a casa propria. Abitudine frequentissima nella nostra società, costume secolare in una piccola realtà come quella in cui vivo. Per cui mi ritrovo spesso a cadere dalle nuvole e fare gaffe epocali su relazioni, separazioni e via dicendo. Perdonatemi, se potete. Non lo faccio apposta. La mia testa è settata per selezionare ciò che mi riguarda ed eliminare il resto. Non è un atteggiamento snob, ma un semplice modo di essere. Un po’ così. Un po’ stile mi faccio i fatti miei, vivo e lascio vivere e, se potete, fate lo stesso con me. Così, tanto per dire.

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Scrivere. E basta

Ho fatto giri immensi in questi anni di vagabondaggio nei social. Ho sperimentato le foto, i filtri, le stories, le dirette, i video, le condivisioni, le stanze, i tweet, i reel. Ho cercato di capire come veicolare meglio i miei messaggi e come arrivare a più persone. Alla fine, torno da dove sono partita. Alla scrittura. Al mio blog www.lacolli.com che è nato quasi nove anni fa e che racchiude tante riflessioni, alcune profonde, altre inutili, altre ancora decisamente trash. Ma scrivere è ciò che mi piace e che mi serve, per razionalizzare ciò che mi accade e per andare avanti, senza deragliare troppo. La scrittura è il mio punto fisso, fin da quando ero una bambina, e mi piace condividerla. Che senso ha scrivere se nessuno ti legge? Se così fosse, mi basterebbe pensare e scrivere dentro di me. Ma io ho bisogno del confronto, degli altri. Perchè odio la solitudine e il silenzio e quando scrivo mi piace pensarvi lì a leggermi e già mi fate compagnia. I social sono scrittura per me. Poi ci sono le foto, ma quelle valgono un pugno di like e un po’ di egocentrismo, proprio di chi come me ha poca stima di sè. Si riparte da lettere e frasi allora. Giorno per giorno. Se avete voglia di seguirmi, mi bastano 25 lettori. Come quelli del Manzoni. Così, tanto per volare basso, come sempre.

Close up view of womans hand writing with pen on notebook on wooden table. Toned image.

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Berlino, 9 novembre 1989

Chi si ricorda quel giorno?
Io benissimo! Davanti al tg, le immagini dei ragazzi a cavalcioni sul muro e la sensazione che il mondo stesse cambiando. Avevo 14 anni, facevo quarta ginnasio e sognavo di diventare Indiana Jones. E quelle immagini furono come benzina sulla mia voglia di conoscere il mondo e di fare nel mio piccolo qualche cosa di grande. La storia degli anni successivi ha messo in luce le tante ombre di questo momento e le difficoltà dei Paesi dell’est sono ancora attuali. Così come la mia vita non é stata certo una puntata della saga del mitico Harrison Ford. Ma allora la caduta del muro di Berlino ci ha fatto sognare. Sognare forte. E i sogni sono il motore dell’umanità.