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The show must go on

Non permettete ai cattivi pensieri di influenzare le vostre azioni.🤔
Ieri sera ero molto nervosa, la settimana non era stata facile, le notizie sulla pandemia mi avevano messo di cattivo umore e non avevo voglia di fare nulla 🤦‍♀️
Ma si sa, the show must go on. Per cui trucco e parrucco e mi sono preparata alla diretta su @milanopaviatv, cercando di mettere il solito entusiasmo.😃
Come ho fatto? Ho cominciato a pensare alla fortuna di poter essere lì, in televisione, a parlare di benessere.
Al fatto che la mia famiglia fosse riunita sul divano, davanti all tv, una pizza, una birra. 🍻
Ai tanti progetti che per nessuna ragione voglio mollare. 🔝
A tutta la fatica che ho fatto per arrivare fino a qui, con le sole mie forze. 💪🏻
Pian piano mi sono ricaricata, come la batteria di un’auto.
Poi si sono accese le luci e tutto è stato bellissimo. Come sempre. Rigenerante.😍
Non sedetevi ad aspettare che la tempesta passi, ma ballate sotto la pioggia!
Buon sabato ❤️

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Uli

Per tanti anni, ho avuto un vicino di casa speciale. Uno di quegli esseri con la rara dote di metterti di buon umore, anche se avevi avuto una giornata devastante, anche se avevi bruciato le carote e scoperto di aver perso l’ennesima occasione della vita. Era sufficiente incontrarlo per le scale, sempre di corsa, sempre attivo, per girare le labbra all’insù, in un sorriso. Per non parlare di quando lo vedevo sulla moto, era davvero irresistibile. L’ho visto invecchiare pian piano. Prima è diventato sordo, che poi non capivo se faceva orecchie da mercante oppure davvero non ci sentiva, che con gli anni aveva capito che farsi i fatti propri era la migliore strategia per sopravvivere. Poi anche la vista lo ha abbandonato ed è diventato lento, ma per questo gli volevo ancora più bene, come uno di famiglia. Oggi, in un sabato assolato, in cui normalmente lo avrei incontrato in cortile o nel nostro bel giardino, è volato in cielo. E già me lo vedo a correre come un pazzo tra le nuvole, che lassù non servono occhi e orecchie, ma solo un cuore grande, come il suo, quello del piccolo grande Ulisse. Ci mancherai un sacco, Uli, tu, un bambino vivace che per caso si era incarnato in un Jack Russel, uno degli esseri viventi più speciali che io abbia mai conosciuto. Fai impazzire tutti lassù, mi raccomando!

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Volersi bene

È stato un anno difficile. Un anno sulle montagne russe, tra voglia di reagire e tentazione di lasciarsi andare. Alla fine, credo che ce la siamo cavata bene, anche se ora siamo stanchissimi e abbiamo solo voglia di libertà. Libertà fisica, ma soprattutto psicologica. Abbiamo voglia di tornare a parlare d’altro, che non siano virus, vaccini, zone colorate e mascherine. Di liberare il cervello da questo monoargomento Covid che ha fagocitato tutto il resto. Un po’ dipende da noi, lo sapete vero? Il virus ci farà compagnia ancora per un po’, con tutte le polemiche e i problemi relativi. Però noi possiamo provare a pensare ad altro. Alla nostra vita, che è molto di più di prevenzione al contagio. Ai nostri affetti, che sono molto di più che congiunti. Al nostro lavoro, che tra mille difficoltà dobbiamo sforzarci di continuare a spingere, ingegnandoci a dispetto della crisi. A noi stessi, al nostro corpo e alla nostra mente. Basta trascurarci e rimandare a domani, basta ciabatte e tuta, anche se siamo a casa, ricordiamoci che abbiamo bisogno di vederci belli e in forma. Serve a noi stessi, prima che alle foto da postare. Sí, serve perché il nostro spirito ama il bello e noi abbiamo il dovere di amarci. Io continuerò a fare il possibile per esservi accanto in questo cammino verso l’amor proprio. Ma voi dovete fare la vostra parte. Ci state?

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Un anno di Covid

Un anno fa mi illudevo che si trattasse di un’influenza. Un po’ più aggressiva, ma pur sempre un’influenza.
Oggi so che il Covid è un virus insidioso e pericoloso, che danneggia l’organismo sotto molteplici aspetti e che può essere letale. Ma so anche che abbiamo il vaccino e che pian piano vinceremo questa guerra.
In mezzo c’è un anno difficile. Difficilissimo. Fatto di incertezze, paure, ansie. Un anno immobile, col fiato sospeso, tra illusioni sempre più deboli e consapevolezze crudeli. Un anno in cui sono invecchiata più dei dieci precedenti, perché invecchiare è anche imparare a vedere la realtà senza il velo dell’innocenza. E a me il Covid ha portato via tutto lo stupore di bambina che ancora covava nel mio cuore ingenuo. Mi sono ritrovata grande e non ne sono felice. Ma ho anche scoperto la forza degli uomini, la loro capacità di adattarsi, la forza dell’ingegno, la bellezza della solidarietà.
Forza, dai. Non è andato tutto bene, ma siamo ancora qua. E direi che non è poco 😉

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Ogni lasciata è persa

Non fanno per me l’immobilismo, la routine, l’assenza di stimoli nuovi, l’incapacità di rischiare per la paura di fallire. Vivo alla ricerca di qualcosa di nuovo, ogni giorno, che mi dia la possibilità di crescere e imparare. Certo, non è il modo migliore per arrivare alla pace dei sensi, ma è l’unico che mi fa sentire viva. Ecco perché quest’anno é stato difficilissimo per me, ma si impara da tutto e la mia resilienza ha fatto una sessione intensa di allenamento, che di sicuro sarà utile in futuro. Detto questo, più che mai, ricordate che ogni lasciata è persa e che prima di pensare a domani, viviamo l’oggi. Ok?

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Un anno

Un anno. È passato un anno da quando il virus ha invaso le nostre vite. Un anno in cui ho cercato di mantenere vivo il mio ottimismo, di sorridere, di guardare al bicchiere mezzo pieno, senza farmi contagiare dal pessimismo serpeggiante ovunque. Però poi arrivano momenti in cui rivoglio la mia vita. Egoismo puro. Non lo dico a nessuno, perché mi vergogno di fronte al dolore di tante vittime e di tanti malati, ma la sera tardi penso a quante cose non faccio da tanto tempo. Non ricordo più l’ultima volta al cinema, a teatro 16 mesi fa. L’ultimo evento culturale che ho organizzato in presenza é stato un anno fa, e io ne mettevo in piedi due, tre al mese. L’ultima volta fuori a cena quattro mesi fa, idem per fuori dalla mia regione. Idem per la palestra, quattro mesi senza, e io sono una che ci va cinque volte alla settimana. Ho inforcato gli sci l’ultima volta 13 mesi fa, e mi mancano da morire. L’ultimo aereo è stato 14 mesi fa e l’ultimo shopping con aperitivo a Milano 17 mesi fa. L’ultima serata in un posto figo con musica 16 mesi fa. L’ultima volta che ho abbracciato qualcuno con serenità e senza un minimo di imbarazzo 12 mesi fa. E così via. Ho iniziato un nuovo romanzo, ma non va avanti. I personaggi si muovono nella mia testa con la mascherina e il gel per le mani: devo scrivere al passato, perché al presente non riesco a farli incontrare per caso, a farli vivere in un mondo normale, ecco. E io un libro con il virus non lo voglio scrivere. Non voglio essere come gli scrittori di guerra. No. E allora aspetto che passi. Provo sempre a sorridere. A fare tutto come se niente fosse. Ma poi arrivano le sere un po’ così. E i San Valentino, che chi se ne frega. Rivorrei la mia vita. Lo sussurro e nessuno si arrabbi perché sono egoista. Ma è così.

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Scelte

Tanti anni fa ho scelto che, in ogni mia decisione, avrei seguito la passione e che avrei cercato di aiutare le persone a stare bene. Così ho cercato di promuovere la cultura nel territorio in cui vivo, collaborando con chi lo desiderava e dando tutto quello che mi era possible in termini di tempo e competenze. Nello stesso modo, mi impegno per divulgare una cultura della salute e del benessere, perché ci credo e perché penso che sia nostro dovere sociale e morale prenderci cura del nostro corpo e della nostra mente. Faccio quello che posso e spesso mi dico che si potrebbe fare di più. Già, non sono mai soddisfatta dei risultati, ma in fondo questo mi stimola a non sedermi, ad andare avanti. Con l’unico scopo di dare il mio contributo per migliorare la società in cui vivo. Niente di più. Per i miei figli, per chi mi vuole bene, e anche per chi non mi sopporta. E farlo mi provoca questo. Un sorriso a cento denti. Yes!
Ps: grazie di ❤️ di esserci sempre e di farmi sentire il vostro affetto

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Palestra ❤️

Amo fare palestra. Non aerobica, pilates, Zumba, yoga. A me piace sollevare i pesi, il body building antica scuola, fatto di panca, bilanciere, manubri e poche balle. Mi piace dal 1993, la prima volta che sono entrata alla Palestra Fitness Program di Mortara. Avevo quasi 18 anni ed ero uno scricciolo. Ma quel posto mi ha subito affascinato e non ho più mollato. Molte, troppe volte mi hanno dato della fissata. Come se allenarsi fosse una colpa. Come se lo facessi per farmi vedere. Ogni volta che ho postato una foto con i pesi, mi sono sentita dire “ma ancora?” “Ma è il caso di fare vedere i muscoli?” Come se poi fossi un colosso, mentre sono sempre uno scricciolo, solo con un po’ di massa addosso. E poi, “ma vivi in palestra?” Allora, chiariamo. Non vivo in palestra. Non mi alleno ore e ore. Solo che se devo scegliere una foto da postare, scelgo quella mentre faccio una cosa che mi piace. Faccio sport. Che fa bene al mio corpo. Faccio sport. Che tonifica la mia mente. Faccio sport. Che, soprattutto con l’avvicinarsi della menopausa, mi aiuterà contro sarcopenia, osteoporosi, lombalgia, grasso addominale, depressione e calo di autostima. Faccio sport. Tutto qui. Promuovo uno stile di vita in cui credo. Totalmente.
E quindi…quando riaprono le palestre?

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Figli ❤️

Sono nata due volte. La prima un giorno di pioggia del marzo del ‘75. La seconda quando sono diventata mamma e ho trovato il mio post nel mondo. I miei figli sono amore, energia, sfida, passione. Ogni giorno mi fanno emozionare con i loro sorrisi, le loro difficoltà di diventare grandi, le loro continue scoperte. Tra poco saranno grandi (questa è una foto di qualche anno fa…) e prenderanno il volo. Ma il loro cuore continuerà a battere forte vicino al mio, come quando erano nella pancia ❤️

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Insegnamenti pandemici

La pandemia ci ha insegnato tante cose, che forse non avremmo voluto scoprire così, ma che vale la pena ricordare.
Ci ha fatto capire quanto è bello muoversi. Quanti pigroni da divano che si sono riscoperti podisti? Quanti anti palestra che ora si allenano davanti agli schermi? Abbiamo capito che siamo animali e abbiamo bisogno di camminare, correre, far lavorare il nostro corpo. Altrimenti stiamo male, e non solo fisicamente.
Ci ha fatto capire quanto sia importante stare con gli altri. A parte qualche misantropo, infatti, tutti lamentiamo la mancanza di relazioni dirette, di cene, aperitivi, caffè, chiacchierate, serate davanti a un tavolo a scambiare esperienze. Perchè siamo animali sociali ed è vitale questo scambio, che ci rende unici nel genere degli esseri che popolano la terra. Possiamo stare isolati, se è necessario, ma non venitemi a dire che questa è la vita di noi uomini.
Ci ha fatto capire il valore del contatto. Toccarsi. Baciarsi. Abbracciarsi. Sentirsi. Quanti di noi lo hanno rifuggito per anni, per timore, per educazione, per forma mentis! Ma quanto vorremmo stringere le mani delle persone che incontriamo! Quanto vorremmo darci i tre baci di quando eravamo ragazzini! Abbiamo capito che il contatto, che la mamma ci ha regalato da piccoli, è una necessità vitale e la sua mancanza un dolore latente, che permane nei nostri giorni.
Ci ha fatto capire che le disgrazie non migliorano gli uomini. Lo abbiamo sperato tutti, che la pandemia ci rendesse un popolo migliore. Guardando i tanti volontari all’opera, la loro abnegazione, il lavoro senza fine di medici, infermieri, sanitari, abbiamo creduto che ne saremmo usciti più gentili, più altruisti, più aperti verso il prossimo. Ciò che vediamo, a un anno di distanza, è invece un popolo stanco e incattivito, e non solo con il governo, ma con chiunque la pensi in modo differente. Tutti contro tutti. Leggete qualche post dei social e la vedrete lì, la pandemia nella pandemia, la strage dei rapporti sociali, della buona educazione, della tolleranza dell’altruismo. Abbiamo capito che homo homini lupus, anche se non ci piace e con buona pace dei dettami religiosi.
Ci ha fatto capire che ognuno ha una voce e può farla sentire agli altri. I social sono stati la cassa di risonanza per tutto e tutti. Forse adesso però sarebbe il caso di capire che non sempre abbiamo qualche cosa da dire, che pure nella democrazia delle idee, ognuno dovrebbe sapere quando parlare e, quando invece, in un consapevole silenzio, tacere.
Ci ha fatto capire quanto conta la famiglia e gli affetti stabili (i famosi congiunti!) e come si debba prima di tutto star bene con sè stessi e con i propri cari, altrimenti la vita è bella a metà. Abbiamo capito che soli valiamo poco e che solo dandoci la mano, anche virtualmente, possiamo costruire il nostro domani.
Ci ha fatto capire tante cose. Proviamo a rifletterci in silenzio, lontano dai social, e a decidere come tutto questo potrà renderci esseri più consapevoli. Se tutto sto disastro avrà portato anche solo un effetto di valore in ciò che siamo, ecco, allora, forse, avremo imparato a ballare sotto la pioggia.