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Love me

Mi sono sempre sentita inadeguata.
Ero brava a scuola, all’università, ma ero lontana dai canoni del ricercatore. Troppo estroversa, troppo chiacchierona, troppo diretta. Avevo la sensazione che non mi si prendesse mai sul serio, nonostante il mio 110 e lode e la mia preparazione. Sembrava che il tacco 12 non andasse d’accordo con il dizionario di greco insomma.
Ero carina e disponibile con le amiche. Ma non mi lasciavo mai andare nelle serate. Non ho mai amato perdere il controllo, trasgredire alle regole non mi è mai piaciuto. Avevo la sensazione di non piacere mai completamente agli altri, che comunque fossi sempre la più brava della classe, da tenere buona per copiare ma non troppo simpatica. Poi ci si è messa pure l’anoressia e ciao autostima.
Quindi, poco preparata per essere culturalmente accettabile a livello accademico e troppo preparata per andare bene alle persone che mi circondavano.
Inadeguata con ogni abito. Sopra le righe o sotto le righe. Mai sulla riga.
Ho trascorso una vita a sentirmi così.
E non crediate che non succeda ancora.
Più spesso di quanto pensate.
Per tutta la vita ho cercato di piacere agli altri e ho portato a casa un sacco di delusioni.
Poi ho capito che se volevo sopravvivere, avrei dovuto mutare prospettiva.
Essere ciò che sono.
Un po’ cultura, un po’ cazzeggio, un po’ tacco 12, un po’ scarpa da ginnastica, rigida ma non troppo, folle con il freno a mano tirato, femmina fuori maschiaccio dentro.
Non posso piacere a tutti.
Però posso piacere a me stessa.
E questo direi che é già un ottimo punto di partenza ❤️

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Vivi!

Rischia, dai, rischia!
Fai la prima cosa che ti passa per la testa.
Non pensare a quello che succederà dopo, pensa a come ti senti in quel momento. Non avere rimpianti, parla con chi hai bisogno di parlare e manda al diavolo chi se lo merita, pensa a te stesso, sii egoista quanto basta, non farti mettere i piedi in testa. Se hai cose da dire, dille, vai contro corrente, pensa diverso, sii diverso.
Divertiti, mangia, bacia, fai quello che ti piace, vai dove vuoi.
Ma soprattutto, ama!

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Nella diversità c’è il progresso

Un’aliena. Così mi sento sempre più spesso. E, data la mia scarsa autostima, è un continuo mettersi in discussione. Mi guardo intorno e fatico a capirlo questo mondo, in cui i miei principi sono diventati un’ombra. Fatti la tua vita e fottitene degli altri. Questo mi sento ripetere quando esterno la mia perplessità, quando fatico ad addormentarmi la sera per i troppi pensieri che il silenzio della notte libera. E meno male che mi alleno ogni giorno, la fatica del corpo per un po’ silenzia il cervello. Che io tutta sta cattiveria non la capisco, non capisco l’egoismo, l’esclusiva tensione al guadagno, il mors tua vita mea fatto a paradigma di vita. Io sono nata per disinnescare, per conciliare, per esaltare le differenze che portano al progresso. E più mi guardò intorno, più fatico a trovare compagni di viaggio in tutto questo. Escluse le tante, tantissime persone che fanno volontariato, Dio le benedica e le motivi sempre in questo mondo che rema al contrario, le altre sono sempre in guerra. Galli liberati in una lotta violenta che non porta da nessuna parte. Ma davvero questo è l’uomo? Davvero allora homo homini lupus senza soluzione? No, dai. Io non ci sto. Io non mi rassegno. Non mi arrendo. Ci deve essere il mondo per creare in armonia pur nella diversità di opinioni. E ve lo dimostrerò.

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Presidente del Consiglio

Una donna presidente del Consiglio. Un passaggio epocale. Perché non importa in questa mia riflessione il partito politico che rappresenta, ma il fatto che sia una donna. Una madre. Una moglie. Come direbbe lei, riprendendo un proclama che è diventato anche un ritornello rap. Una che ha lavorato per portare avanti le sue idee in un mondo, quello politico italiano, di certo non femminista. Senza far leva sull’apparenza ma sempre puntando al concreto. Senza rinnegare la sua femminilità ma anche senza usarla come bandiera. È una donna, ma in fondo è un dettaglio. Perché ciò che conta, che deve contare, sono le competenze, non il sesso. E ieri, oggi, sono giorni di svolta, spero, per tutte le donne che sono pagate meno degli uomini, che faticano ad affermarsi, che non vengono sostenute nella maternità, che devono rinunciare alla loro femminilità per salire in alto. Ieri, elegantissima nel suo completo blu e tacco 12, è salita al Quirinale e ha portato con sè tutte noi. Daje Giorgia, avanti tutta!

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Occhi

Quegli occhi non me li dimenticherò mai. Puntati addosso per mezz’ora, senza dire una parola. Grandi. Chiari. Li odiavo quegli occhi, io, che per un paio di occhi verdi avevo fatto follie in riva al mare. Ma quelli no. Mi entravano dentro, e questo mi dava terribilmente fastidio. Penetravano la mia pelle sottile, le mie viscere vuote, la mia mente piena di pensieri. Più mi fissavano e più io serravo la bocca. Erano grandi come quelli dei bambini dipinti da Margaret Keane e altrettanto inquietanti. Me li sognavo di notte e li vedo ancora oggi, dopo una vita, nei giorni in cui mi perdo nei pensieri più ardui. Sarebbe bastata una parola e avrei vuotato il sacco. Avrei pianto, riso, raccontato, indagato, liberato tutta l’angoscia dei miei diciassette anni. Ma niente. Loro mi guardavano e basta. E io non amo chi mi guarda e tace. Sono una da “che cazzo guardi? Se hai qualche cosa da dire, fallo”. Ma allora non ne avevo ancora la forza. Allora ero un pulcino spelacchiato che doveva ancora conoscersi e gli occhi che mi fissavano erano una prova più grande di me. E io davanti a quegli occhi mi chiudevo, mi chiudo a riccio. Quanto tempo ho sprecato davanti a quegli occhi zitti! Non li ho più visti da allora, ma sono certa che, se dovesse capitare, li riconoscerei all’istante. Perchè sono quelli a cui penso quando devo trovare la forza per le mie battaglie, perchè allora ho giurato che non avrei mai più permesso a nessuno di guardarmi così senza fare nulla per aiutarmi, perchè ho giurato di amarmi alla follia e di provocare sempre reazioni verbali, che il silenzio uccide più di un veleno mortale. Ho promesso che non avrei considerato altro sguardo che il mio nello specchio, che quello sarebbe stato il mio unico giudice, che per quanto difficile, avrei sorvolato su chi si soffermava sul mio corpo, sul mio vestito, sul mio essere. A volte ci riesco, a volte no. Ma vale la pena provarci, sempre.

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Tacchi alti

Sono bionda e porto tacchi alti, altissimi. Mi annoio facilmente, non delle persone, ma delle esperienze. Odio la routine e ho bisogno di emozioni forti. Non sopporto le giornate vuote di stimoli e sono decisamente politically uncorrect. Faccio quasi sempre buon viso a cattivo gioco perchè sono una che preferisce disinnescare e conciliare, ma dentro sono un vulcano che borbotta di continuo. Ho periodi bui e momenti esaltanti, entrambi senza moderazione, anche se tendo a sparire nei momenti no e ad essere onnipresente in quelli sì. Trascorro le giornate prevalentemente in solitudine, ma non parlo da sola, tranquilli, preferisco ascoltare podcast, meglio se di Alessandro Barbero: la storia è il mio balsamo contro la difficoltà di un’esistenza che mi va sempre troppo stretta. Mi alleno ogni giorno per sublimare la mia irritazione verso le tante cose che non mi piacciono: alzo pesi per evitare la gastrite, insomma. Come vedete, sono una bionda taccata che si fa un sacco di seghe mentali e voi che mi seguite da tempo lo sapete. E forse mi seguite per questo. Forse. A proposito, perchè mi seguite?

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Filtri

E’ un gran casino. Fuori, voglio dire. Non so a voi, ma a me questo mondo non piace. E non parlo delle guerre, delle pandemie, del caro bollette, della crisi. Per queste cose, ahimè, possiamo fare poco noi comuni mortali impegnati a lavorare per restare a galla. Parlo del mondo intorno a noi, quello fatto dalle relazioni umane, dalla quotidianità. Quello che oggi sembra fondarsi esclusivamente sull’apparenza. Una vita fondati sui filtri di istagram. Mettiamo filtri ai sentimenti e alle passioni. Alla nostra vita. Ai nostri progetti. Interessa maggiormente ciò che pensano gli altri, di ciò che pensiamo noi. Preferiamo filmare un evento per poi mostrarlo agli altri, che goderlo pienamente con i nostri occhi. Crediamo al mondo che vediamo sui nostri schermi e abbiamo perso la voglia di guardarci intorno. E i sogni? Che fine hanno fatto i sogni? Si fa tutto per un guadagno materiale. Che i soldi non fanno schifo a nessuno, ma se togli la passione nella vita, cosa ti resta? Cosa ti anima? Cosa ti spinge? E’ un orizzonte piccolo quello che vedo in molti atteggiamenti, proprio ora che abbiamo il mondo in mano. E non mi piace. Che il mio è senza fine e lo sarà per sempre.

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Piove

Piove. Autunno. Finalmente. E non perché ami la stagione fredda più dell’assoluta estate. No. Solo da un po’ ho l’autunno dentro e questo stonava con la bellezza del cielo blu. Oggi perlomeno sono pendant. Grigio dentro, grigio fuori. Succede, talvolta. Striscia lentamente dentro di te e ti trascina pian piano giù. Il più delle volte passa come un temporale estivo, talvolta invece la perturbazione dura mesi. A sto giro, ho ben chiare le cause, un paio di delusioni di troppo, più pesanti di quello che apparivano a prima vista, la menopausa alle porte, la stanchezza di rialzarsi ogni volta. Che mi rialzo anche a sto giro, lo sto già facendo, ma che fatica. Che fatica sorridere al mondo. Che fatica fingere che sia sempre tutto ok. Che fatica sminuire l’amarezza per quel progetto naufragato dopo anni di lavoro. Che fatica dire nessun problema. Che fatica. E poi accade anche che trascuri gli amici, che quando sei così ti stai sul cazzo e l’ultima cosa che vorresti è scaricare sugli altri le tue menate. No. Io sono quella che aiuta, consola, incita. Allora mi chiudo nel mio studio, tra i miei libri, nel mio nido, e aspetto di ripartire. Intanto fuori piove. E io non ho nessuna voglia di usare l’ombrello.

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Goccia dopo goccia

Se volete qualche cosa, alzatevi e andatevelo a prendere. Non aspettate che il mondo cambi, ma siate voi il cambiamento. Non sono frasi tratte da qualche corso motivazionale, no. Sono il frutto di cadute e delusioni, di scoramenti e di pugni contro il muro. Perchè le sconfitte saranno forse sempre superiori alle vittorie, ma sono quelle, oh sì, proprio quelle che ci rendono migliori. Il dolore indurisce, purchè lo si sappia attraversare e ci si faccia schiacciare. Aprite gli occhi e non mentite mai, soprattutto a voi stessi. E lottate per ciò che desiderate. Sognate in grande senza arrendervi mai. Prendetevi delle pause per ricaricare le energie, ma fate in modo che non siano delle scuse per restare immobili. E non fondate tutto sul guadagno, sul do ut des. Iniziate a lavorare per ciò che volete e tutto arriverà, a suo tempo. Ci vuole pazienza nella vita, anche se tutti vi promettono tutto subito. Il tutto subito non esiste. Esiste la goccia che scava la roccia e fa cadere la montagna. Siate la goccia, ogni giorno, senza mollare mai.

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In us we trust

Un nuovo anniversario. Un nuovo 11 settembre. Ma il ricordo di quei momenti, di quei giorni di dolore è sempre lo stesso. Fumo, grida, sirene, panico. A New York e in tutto il mondo. Era l’inizio di un nuovo millennio e da quell’attentato, che nemmeno i film avevano immaginato, avremmo dovuto capire che tutto può davvero succedere. I vent’anni che sono seguiti, tra pandemie, guerre, eventi meteo pazzeschi continuano a ricordarcelo. L’ultimo brandello del Novecento era forse la Regina, e ora non c’è più. Un nuovo mondo che noi, solo noi, abbiamo il dovere di rendere migliore. Ognuno nel suo piccolo, ogni giorno. Perché la vita ha un valore immenso e capita una sola volta. Sulle ceneri delle torri gemelle è stato costruito il One World, splendido, maestoso, iconico. Sulle ceneri di questo mondo che sembra andare a rotoli, iniziamo a costruire, senza polemiche, senza lamentarsi di continuo, con coraggio, forza, fiducia. In memoria dell’11 settembre, in us we trust!