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So di non sapere

Il grande problema del nostro mondo è l’ignoranza, intesa nell’accezione pura del termine. Il non sapere.
Ora, un tempo, gli ignoranti tacevano di fronte a ciò che non conoscevano, segno questo di intelligenza. Perchè è risaputo che un ignorante che tace e ascolta chi ne sa di più, è una persona intelligente e destinata a non essere più ignorante, anzi a diventare lei stessa una in grado di trasmettere sapere.
Al contrario, il saccente ignorante, che non ascolta, non è intelligente e resterà ignorante, oltre a nuocere a chi gli sta intorno.
Oggi, grazie ai social, chi non sa crede di sapere perchè lo ha letto nel post di quello, che riportava le idee di quello, che le aveva sentite da quell’altro. Insomma, la società è piena di ignoranti che credono di sapere e che non sanno ascoltare.
In questo modo, siamo destinati ad un progressivo decadimento, perchè saranno sempre di più gli ignoranti saccenti dei sapienti intelligenti e rispettosi delle idee altrui.
Così i social, in teoria luogo dalle grandissime potenzialità per la diffusione di idee, cultura e innovazione, sono diventati in larga parte una cloaca noiosa di post inutili e pericolosi nella loro inutilità.

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Io

Sono curiosa e testarda, precisa e impulsiva. Tendo ad annoiarmi delle situazioni, dei lavori, della routine. Ho sempre bisogno di stimoli e di novità, perché nulla mi uccide più della monotonia. Potrei mollare tutto e partire solo per un ideale. E tutto ciò mi fa sentire viva, viva come non mai. Al contrario, l’immobilitá mi deprime. Bianco o nero, tutto o niente. Questa sono io.
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Down

Disordinate e inutili riflessioni a margine del problema dei social di ieri pomeriggio. Breve riassunto per chi (tanti, tra chi mi segue, ho fatto un’indagine) non sa nemmeno di che cosa io stia parlando. E questa, lo capirete tra poco, è di per sè già una riflessione. Ieri, lunedì 4 ottobre, dalle 17.30 alla mezzanotte circa, ora italiana, Facebook, Instagram, Whatsapp e piattaforme collegate sono andate in down. Non funzionavano. Praticamente le app di Zuckenberg ci hanno salutato per sei, sette ore. E non solo in Italia, ma anche in Europa e nel resto del mondo. Un grosso problema per chi, con queste tecnologie, ci lavora, tanto che è stata calcolata una perdita di 160 milioni di dollari per ogni ora di down, un miliardo e rotti in totale per l’economia mondiale. Le conseguenze sono state le più diverse e vanno molto oltre quelle di tipo commerciale: molti utenti dotati di apparecchi intelligenti attivati attraverso connessioni Facebook si sono trovati all’improvviso a non poter aprire la porta di casa, accendere la tv, attivare un termostato, entrare in un sito di shopping online. L’aspetto più comico è che per alcune ore nemmeno il personale di Facebook è riuscito a entrare nei suoi uffici perché il «buco nero» che ha colpito il gruppo ha fatto svanire, insieme all’intera architettura di sistema, anche i meccanismi di sicurezza interna, compresi quelli di riconoscimento dei badge dei dipendenti. Fin qui la cronaca.
Ma noi? Che su Facebook leggiamo notizie, postiamo foto di aperitivi, cazzeggiamo scrollando come ebeti davanti al video? A noi che ci importa se sti social non funzionano? Apparentemente nulla. Eppure…
C’è chi s’è incazzato perchè, nonostante la spunta blu, lui o lei non si degnavano di dare risposta al messaggio whatsapp.
Chi si è sentito perso perchè non sapeva cosa fare sul treno, sul metro, in coda al supermercato. Li vedevi lì, con il dito sospeso, che non sapevano cosa fare, cosa cercare. Molti hanno optato per il meteo, ma dopo aver guardato le previsioni dall’Australia al Nepal, si sono stufati. Altri si sono riversati su Twitter, che era l’unico social attivo, e altrettanti hanno attivato Telegram, finora snobbato. Ovviamente Youtube, Youporn, You quello che vuoi, hanno registrato un’impennata di visualizzazioni.
Tutto pur di restare connessi.
Tutto pur di passare il dito sullo schermo.
Che senza il cellulare non riusciamo a stare. Per molti il cellulare è la prima visione del mattino e l’ultima della sera, la prima cosa che si prende quando si esce, il primo pensiero tra gli oggetti da avere con sè in caso di guerra, terremoto, tsunami. E tutto questo spaventa. Siamo dipendenti da un oggetto, che veicola messaggi, che influenza il nostro modo di pensare, parlare, essere. Molto di più di quello che dovrebbe.
E lo sappiamo, oh se lo sappiamo. Da tempo.
Siamo sicuri di essere nel pieno controllo della situazione, ma non è così. Fotografiamo viaggi ed esperienze per postarle, non per conservarle per il futuro. Ci vestiamo, trucchiamo, ci facciamo belli per farci vedere sui social, non per noi stessi. Scriviamo e commentiamo per qualcuno che ci leggerà, di cui non sappiamo nulla, e non pensiamo a condividere queste idee al telefono con un amico o, meglio, davanti ad un bel caffè ad un tavolino del bar. La pandemia ha moltiplicato tutto questo all’infinito.
E noi siamo sempre più schiavi.
Dico noi, perchè io stessa cosa sto facendo? Sto commentando questa situazione su di un social, che è di per sè contraddittorio e anche psichiatricamente valutabile. Ma se voglio lanciare un sassolino nello stagno, devo al momento usare la rete. Altrimenti non esisto.
Questa è la sensazione. Una sensazione che non mi piace.
Da tempo, lo sapete, provo fastidio non tanto per i social, che sono uno strumento interessante e dalle enormi possibilità, ma per l’uso che ne viene fatto.
Per la bassezza della cultura media che ne esce.
Per l’inutilità del 90% dei contenuti.
Per la mancanza di interesse verso quei post in cui si promuove cultura, in cui si stimola la riflessione senza gridare, accusare, inveire.
Perchè un culo viene commentato, condiviso, osannato e un bel post di approfondimento letto nemmeno dai 25 lettori di manzoniana memoria.
Ieri sera ho coltivato l’illusione che avremmo fatto a meno dei social per un po’ più di tempo. Ma stamattina tutto funzionava di nuovo. E non so se sia un bene o un male. Non lo so davvero. Intanto scrivo, posto, uozzappo perchè il lavoro lo richiede.
Ma se mi telefonate o mi spedite una bella cartolina o, meglio una lettera, ve ne sarò grata.
Che la rete degli abbracci è quella che amo davvero.

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Semplicemente me

Ci ho provato tante volte. A non essere me stessa. A essere come avrei dovuto essere. A trattenere entusiasmo, parole, opinioni. A essere meno espansiva, meno eccessiva, meno meno. A stare zitta. Quante volte ci ho provato. Ma non ci riesco. È peggio. Finisce che sono finta e che comunque non vado bene. E allora lasciate che sia come sono. Non posso piacere a tutti. Che almeno piaccia a me stessa.

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Settembre

Era settembre. Un settembre caldo, come quest’anno. E tutto sarebbe cambiato, anche se ancora non lo sapevo. Ero giovane, allegra, abbronzata. Volevo fare l’archeologa, viaggiare e ballare. Ero brava a scuola, troppo forse, avevo già visitato mezzo mondo, ma ero fragile. Sono fragile. Avevo tutto, ma non mi piacevo. Mi sentivo diversa dalle altre. Meno intraprendente, meno sicura, incapace di farmi avanti coi ragazzi, di sicuro non la leader che invece avrei voluto essere. Fisicamente non mi andavo bene, per niente. Ero bassa, riccia e muscolosa. Ai tempi andavano di moda alte, capelli lunghi e dritti, filiformi. Guardavo le sfilate e, come ora, vedevo modelle magrissime, con quelle cosce che non si toccavano mai. Le mie, toniche per anni di sci, pallavolo, danza, che non riuscivi a dargli un pizzicotto neanche a schiacciare, però si toccavano. E io le schifavo. L’adolescenza ha fatto il resto. Ho deciso che sarei diventata magra come le modelle e allora mi avrebbero notato. Se c’è una cosa che non mi è mai mancata, è la determinazione. Anche nel farmi del male. Soprattutto nel farmi del male. E ho chiuso la bocca. Oggi li chiamano disturbi del comportamento alimentare. Trent’anni fa ero una mosca bianca. Depressione. Inappetenza. Capricci di una sedicenne. Sta di fatto che pian piano sono scomparsa. E le foto di allora mostrano occhi di una tristezza infinita. Perché ero magra, ma in prigione, la prigione della mia testa. Perché ero ossessionata dal peso. Perché pensavo solo a quello e a studiare. Studiare, studiare, studiare. Sono rimasta sola. Mi sentivo gli sguardi di tutti addosso e li odiavo, io, che li avevo desiderati. Finché ho capito e ho chiesto aiuto. I miei non aspettavano altro e ho iniziato la risalita. Difficilissima, ma ero determinata. Ne sono uscita. Ci sono voluti anni e tante ricadute. Ho superato l’anoressia e sono rinata. Ma mi é rimasta la fame. La fame di attenzioni. La fame di amore. La fame di amicizia. La fame di essere capita per ciò che sono, per la mia mente, per il mio modo d’essere. E questa fame non si sazia mai. Perché ho combattuto e ho vinto il mio demone, ma sono rimasta la ragazzina insicura di trent’anni fa. Che ha paura a stare sola. Che si chiede sempre se si è comportata bene. Che non si piace mai abbastanza. Ho imparato a nascondere, ma a settembre è sempre difficile. Settembre non mente. A settembre, più che mai, sono solo e soltanto la piccola Cri.

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No

Non è vero che ci va tutto bene e che abbiamo un bel carattere. Palle. Siamo solo troppo buone e preferiamo evitare il conflitto. Parlo a plurale perchè so che lì fuori è pieno di donne come me. A cui girano le palle spesso e volentieri, ma sono state educate al sorriso sempre e comunque, a rispondere “va tutto bene” anche quando non a bene niente, a mettere davanti i bisogni degli altri prima dei propri. Non sono l’unica giusto? E poi ci chiediamo perchè abbiamo la colite e la ritenzione idrica. Abbiamo così tanto cortisolo e stress in corpo, che, se fosse convertibile in energia, avremmo risolto il problema del caro bollette. E’ tutta la vita che rispondo sì ad ogni richiesta, ma dove è il problema, certo che ho tempo, lo faccio volentieri. Pagarmi? E per così poco? Ma figurati, non dirlo neanche per scherzo. E alla fine neanche grazie ti dicono. Che poi basterebbe il grazie, non è vero? Quel minimo di gentilezza ripagherebbe i salti mortali che abbiamo fatto per accontentare tutti. E invece, col cavolo. Non è mai abbastanza, altrochè. E a quel punto ci incazziamo, urliamo, sbattiamo le porte, diciamo mai più. Il tutto da sole davanti allo specchio, perchè da fuori sia mai che si veda che siamo deluse. Noi, deluse? Mai! Noi stiamo sempre bene, noi siamo sempre positive, ecchediamine! Bè, ho una notizia. Io mi sono stancata di essere così e invito tutte quelle come me a fare lo stesso. Che non vuol dire diventare stronze. No, non esageriamo. Ma tra stronze e ciula c’è quella via di mezzo che valorizza un po’ di sano amore verso sè stesse, che sarà il caso di rispolverare. Che altrimenti prima o poi scoppiamo. E allora poi sono casini, perchè gli altri ne rimarrebbero destabilizzati e ci prenderemmo pure delle fuori di testa. Ma come? Cosa ti succede? Sei impazzita? Ecco, ragazze, impariamo a dire NO. Qualche bel sano e chiaro NO. E fanculo se qualcuno si arrabbia. Un po’ per uno non fa male a nessuno.

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Le regole dello star bene

Ed eccoci arrivati alla quarta stagione de Le regole dello star bene.
L’emozione è tanta, simile a quella del primo giorno di scuola, in cui timore, curiosità, adrenalina, si mescolano alla felicità di riabbracciare i propri compagni di viaggio.
Amo questo lavoro e la possibilità di conoscere tanti professionisti, di approfondire temi nuovi, di informare il pubblico e di aiutarlo se possibile nelle tante decisioni del quotidiano.
Vivere secondo le regole dello star bene vuol dire fare prevenzione, alimentarsi correttamente e con gusto, fare sport, coccolare la propria mente. Vuol dire avere rispetto di sè stessi e degli altri. Vuol dire amare l’ambiente in cui ci muoviamo e avere comportamenti ecosostenibili. Vuol dire imparare a godere delle piccole cose quotidiane senza smettere mai di sognare in grande.
Vi aspetto ogni venerdì su @milanopaviatv, canale 89, dalle 21.10 oppure in streaming qui https://www.milanopavia.tv/diretta-tv-telepavia-milanopaviatv
❤️❤️❤️

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Dante

700 anni fa è morto Dante. Il 14 settembre 1321. In esilio e incazzato nero per essere ancora lontano da Firenze. O almeno, io me lo immagino così. Colpa di quel profilo arcigno con cui viene sempre ritratto, di quel vestito rosso che lo fa sembrare una maschera del Carnevale, di quell’odio che un po’ tutti abbiamo avuto per la Divina Commedia. Odio non per la Commedia in sè o per Dante, che in fondo è sempre stato uno di noi, un po’ sfigato in amore e perdente in politica. Ma perchè quest’opera lunghissima ci ha tormentato per tre anni a scuola senza che ne capissimo una mazza. Ricordo che disperata guardavo le note e, se possibile, le note a piè di pagina erano ancora più oscure delle terzine dantesche. Quelle almeno suonavano bene, le note erano infarcite di riferimenti a personaggi, filosofie, eventi, che non si capiva niente. E se faceva fatica una come me, che ha sempre adorato la letteratura, immaginiamo quelli a cui non piaceva manco Leopardi. Un disastro. Eppure, noi italiani parliamo la lingua di Dante. Lui è con noi ogni giorno in così tante espressioni che neanche lo sappiamo. Date un occhio al profilo Instagram della Accademia della Crusca: ogni giorno pubblica parole ed espressioni coniate da Dante e vi stupirete di come, senza Dante, non ci sarebbe il turpiloquio che in tanti amano usare anche in TV e sui social. Cioè la Commedia ha tanti di quei BIP da far impallidire Scherzi a Parte. Così, nel giorno della morte di Dante, ho pensato a quali erano i primi versi che mi ricordavo e al motivo per cui li ricordavo. Eccoli qui.

“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” Inferno, Canto III…espressione di disprezzo molto elegante, oggi traducibile in “non cagarli”. Quante volte l’ho pensato….

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole,
e più non dimandare…” Inferno, Canto III
Zitto e vai, che tanto non hai voce in capitolo. Che poi già solo pronunciare vuolsi così colà sa di supercazzola a cui non puoi ribattere.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona…” Inferno, Canto V.
Il canto più figo del mondo, quello di Paolo e Francesca e del loro amore impossibile. Già il fatto che si innamorino leggendo di Ginevra e Lancillotto (Richard Gere, per intenderci) rende il tutto da sballo.

“Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse” Inferno canto V.
Vedi sopra. Sti due si sono innamorati leggendo le Canzoni di Gesta. Ora si innamorano ascoltando Rocco Hunt e Ana Mena. Qualcosa è andato storto.

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza” Inferno, Canto XXVI.
Come a dire, che saremmo stati generati per progredire e studiare e amare la arti, la storia, le scienze, ecc. Per cui mai dovrebbe succedere che un programma di Alberto Angela venga cancellato perchè sconfitto all’auditel da Temptation Island. E invece…

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” Inferno, Canto III
Questo, per chiudere, è ciò che ci ha detto il prof di greco e latino il primo giorno della quarta ginnasio. Così, tanto per darci il benvenuto. Io lo scriverei sulla porta del Grande Fratello. Così tanto per cambiare. Che dite?

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Radici

Le radici sono importanti. Non si può cancellare il luogo che ti ha cresciuto, nè le persone con cui hai condiviso le esperienze che ti hanno formato. Le mie affondano nelle risaie lomelline, anche se sono nata a Milano e vado fiera del mio F205 sul codice fiscale. Ma non sono milanese, nè cittadina, anche se adoro le metropoli, Milano, Londra, NY. Adoro il rumore, la gente che si affolla, le vetrine sempre avanti anni luce, la vita che pulsa. Ma li adoro perchè mi inebriano, come qualche aperitivo di troppo, e quando torno nel silenzio della mia terra mi sento meglio. A casa insomma. A pedalare tra i campi e le zanzare, a respirare l’umido della terra, a guardarmi intorno senza confini. Amo la mia città, amo la sua storia, le sue abitudini, la sua gente. Un po’ chiusa a dire il vero, come il suo dialetto, ma con il cuore grande, come tutti quelli che vivono la provincia e sono in fondo una grande famiglia. La amo, ma come un amante non compreso. Sarà colpa di quel F205, o del mio carattere troppo esuberante, non lo so, ma la mia città non hai mai capito il mio amore. Lo tollera, sì, lo usa, a volte, ma con attenzione, a distanza, sia mai che mi illuda di essere ricambiata. Così mi siedo e la guardo vivere. Ogni tanto mi allontano, eppure poi torno sempre qui. E aspetto. Aspetto che comprenda il mio amore, lei e soprattutto la gente che ci vive. Che vedano me, la donna che sono, e non sempre la famiglia che mi ha generato, le persone che ho frequentato, il contesto che mi ha cresciuto. Me, me, e solo me. Perchè io sono questo paese come loro. Perchè tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri e soprattutto abbiamo bisogno di una Paese. Come scriveva Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Ecco, qui, c’è qualche cosa di mio. Ci sarà sempre. Il mio amore.