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La mia città

Vivo a Mortara da quando sono nata. Mi sono sempre sentita fuori posto, ma non é colpa di Mortara. É colpa mia che sono strana. Eppure Mortara é la mia città, il mio paese, ne conosco gli angoli, la storia, le tradizioni, il dialetto. Potrei girare a occhi chiusi e non andrei a sbattere. Forse pesterei qualche cacca, ma confido nel mio olfatto. La frequento ogni giorno e per un po’ ne ho anche scritto quotidianamente, cercando di cogliere i tanti cambiamenti degli ultimi anni. Perché Mortara é cambiata in questi 50 anni e, per quello che vale la mia opinione, non in meglio. É cambiato il suo aspetto, si é spenta, molti negozi hanno chiuso e non sono stati sostituiti da nuove attività. É cambiata la sua società, più composita e internazionale, ma lo scambio di culture, che é un elemento positivo e rigenerante, non sembra aver dato buoni frutti. Siamo cambiati noi mortaresi, siamo stanchi e disillusi, abbiamo voglia di riavere la nostra città ma facciamo davvero fatica a invertire la tendenza. Ci sono associazioni e persone che stanno dando l’anima per far ripartire la città, per sollecitare una svolta, e lo fanno per amore di Mortara. Senza altri fini. Elemento più unico che raro. Eppure la sensazione é che si continui a sprofondare. Mortara era una città tranquilla, un po’ sonnolenta, ma carina e bentenuta. Ora la parola che domina é degrado. Non so a voi, ma a me non piace l’idea di vivere nel degrado. Manco per un po’. E, anche se sono fuori posto, non voglio andare via perché questa è la mia città. E la rivorrei indietro. Ecco. Ci tenevo a dirlo. Mentre si accendono le luci di Natale e si esprimo i desideri sotto l’albero. Il mio è quello di riavere la Mortara “dove non c’é niente ma si vive bene”. Dite che si può?

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Calma al volante

Mio marito é una persona molto razionale, meno impulsiva di me, in genere piuttosto moderata nelle reazioni. Ma in auto no. In auto si trasforma nel peggiore degli ultras. Mors tua vita mea. Odia chi gli fa i fari da dietro, chi non mette la freccia, chi non parte allo stop, chi va piano, chi va veloce, i camion, i furgoni, le donne al volante, gli anziani al volante, i giovani al volante. Cioè tutti, tranne se stesso. I gesti si moltiplicano, le imprecazioni pure. Un giorno o l’altro, si accapiglierà con qualcuno. Ovviamente meglio non contraddirlo. Anche perché a me, confesso, fa ridere. E più rido, più si incazza. Più si incazza, più rido. E così, fino all’arrivo. Buon viaggio miei cari 😉

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Raf

Raf a Sanremo. Scatta la ricerca su YouTube di tutte le canzoni per farle ascoltare ai miei figli. Senza self control, sentendosi la più bella del mondo e amando la gente di mare, perché in fondo non é mai un errore e resta solo da capire cosa resterà degli anni ‘80. Loro molto perplessi, io sognante, ricordando tutte ie volte che ascoltavo il battito animale sognando qualcuno che mi urlasse ti pretendo ♥️

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Raf

Raf a Sanremo. Scatta la ricerca su YouTube di tutte le canzoni per farle ascoltare ai miei figli. Senza self control, sentendosi la più bella del mondo e amando la gente di mare, perché in fondo non é mai un errore e resta solo da capire cosa resterà degli anni ‘80. Loro molto perplessi, io sognante, ricordando tutte ie volte che ascoltavo il battito animale sognando qualcuno che mi urlasse ti pretendo ♥️

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Smagliata

Negozio di calze. Nota marca di collant. “Un paio di calze velate resistenti, per favore”. Prezzo quanto 5 paia del supermercato. Le porti trionfante a casa e, mentre ti prepari per uscire al sabato sera, ne declami le virtù al marito. Che non ti ascolta, ma dopo trent’anni finge bene. Le indossi con la massima attenzione e, non appena arrivi in fondo, noti un buchino a livello dell’alluce. Guardi bene e il buco si allarga. Bum. Mentre spennelli smalto per arginare la voragine e cambi scarpe per evitare che si veda, ti riprometti “mai più”. Mai più calze a sto prezzo, ma più calze velate, mai più calze. E basta. Tutto in religioso silenzio. Che altrimenti scatta la presa per il culo del tuo lui. Che non ascolta ma ste situazioni le coglie al volo. Odio i collant. Sappiatelo 

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Sfumature

Visita medica. “Età?”. “50”. Cazzo, 50. E mentre il medico chiede “Allergie? Interventi?   Incidenti?” quel 50 gira nel cervello come la pallina di un flipper. Perché se avesse chiesto la data di nascita, sarebbe stato più facile. Invece, età, 50. Fifty. Mezzo secolo. Na’ botta. Perché in fondo stai bene, e questo é quello che conta. Sei in forma, e vorrei vedere, allenamento 5 giorni su 7 alle sette del mattino da una vita, alimentazione monastica alla faccia di chi dice “é costituzione”. Hai una vita soddisfacente, e di questo ringrazio il cielo ogni giorno. Ma sto 50, lo ripeto, non mi appartiene. Eppure c’é. E allora pensi ad un abbigliamento consono, ad essere più signora, ad usare più correttore e fondotinta che le rughe sono saggezza, ma le odio. I 50 sono una piccola rivoluzione. Almeno per me. Un punto di non ritorno. Uno scatto. Con cui forse devo ancora fare i conti, che non si fanno con Botox e ialuronico, ma con il tentativo di un equilibrio. Difficilissimo per una che non lo ha mai avuto. Ma ci provo. Lacolli tacco 12 si converte alle 50 sfumature di Colli. Dove le sfumature sono ahimè la sciatica, le vampate e tanta autoironia 😉  

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September 11th

Tra millenials, generazione Z e baby boomers, ci siamo noi. La generazione dell’11 settembre. Noi che nel 2001 avevamo tra i 20 e i 30 anni ed eravamo pronti a conquistare il mondo. Noi che eravamo cresciuti con le sit com americane, con l’idea che gli States fossero il Paese dove i sogni si avveravano, la nazione del self made man e di wonderwoman. Noi che avevamo il globo in mano, la testa piena di viaggi e la voglia di conoscere tutto. Noi figli degli anni 80, della Milano da bere, della caduta del muro. Una grande illusione, piena di crepe e ingiustizie, ma a vent’anni puoi e devi essere illuso. Un mondo crollato, in poche ore, insieme ai due grattacieli di New York. Sbriciolato. Annientato. L’11 settembre siamo diventati adulti, in un attimo. Abbiamo fatto i conti con la guerra, il terrorismo, la precarietà, la paura. Ci siamo sentiti stupidi e persi. E da lì siamo ripartiti. Disillusi, rassegnati, ridimensionati. Curiamo il nostro orticello, che il mondo non è così figo come sembra. E quando abbiamo ricominciato a sognare, con figli e famiglia, mentre gli acciacchi iniziavano a ricordarci che non siamo eterni, ecco il Covid. La Dad, i nostri adolescenti in crisi, le strade deserte e una paura blu di darci un bacio. La pandemia ha completato il lavoro delle Torri Gemelle, insieme al casino internazionale e alle tensioni interne degli ultimi anni. Così, nostro malgrado, abbiamo dovuto accettare che non siamo invincibili. Anche se in fondo non smetteremo mai di crederci. Perché se siamo sopravvissuti a queste tragedie, bè possiamo arrivare ovunque. Noi, la generazione dell’11 settembre. 

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Praga

Alba di un lunedì di fine agosto. Stanza d’albergo nel centro di Praga. Tutti dormono, russicchiando e inseguendo sogni che scorderanno appena suonerà la sveglia. La luce che filtra dalle tende pesanti mi ha svegliato qualche minuto fa. Dormo solo se il buio è totale e tanto tra poco sarà giorno per tutti. Inganno l’attesa leggendo i giornali, come tutte le mattine, cercando di mantenere il distacco delle ferie: guerre, gaffes, casi di cronaca irrisolti. Niente di nuovo insomma. Il mondo va avanti per la sua strada e, per fortuna, faccio parte di quella maggioranza che non entra nella stanza dei bottoni. Sono solo una spettatrice, anche se il mio carattere da rivoluzionaria si infiamma un giorno si e l’altro pure per le tante ingiustizie che si vede passare davanti. Il mio mondo è in questa stanza. Un mini appartamento che contiene ciò di cui non posso fare a meno. La mia famiglia. Credo sarà l’ultima volta che viaggeremo tutti insieme. Sono grandi ormai, percorreranno la loro strada, così come noi lo abbiamo fatto trent’anni fa, partendo proprio dalle vie della Mala Strana di Praga. Eppure vorrei cristallizzare questo momento. L’alba, a Praga, e il cielo in una stanza.

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In viaggio

Sono una donna con la valigia. Viaggiare è ciò che più mi appassiona, così come scrivere dei miei viaggi. Per i miei 50, non ho avuto dubbi. Niente feste, gioielli, torte giganti o disco per giorni. Un viaggio. On the road, in mezzo alla gente e alle storie di tante persone che incontri per caso. Tra arte, cultura, cibo, natura. Ma soprattutto un viaggio con i miei tre uomini. Questo è il vero regalo. Con Luca, da 31 anni al mio fianco e da trenta in viaggio con me; con Leo, folle storico mai sazio di sapere, tre libri in valigia e mille domande al mondo; con Lory, il nostro doc dolce e scanzonato, la voglia di capire come funzionano le cose, il meccanismo della vita e della natura, il piccolo che ormai è diventato un uomo. Ecco, loro sono il mio viaggio più bello, loro la mia ricchezza. Loro il mio mezzo secolo in questo mondo senza fine ♥️

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Maturità sconosciuta

Esame di maturità al centro delle cronache. Come tutti gli anni, aggiungerei. Quest’anno siamo di fronte a una specie di gara a chi la spara più grossa. Doverosa premessa: la maturità non funziona da tempo, è molto più difficile essere bocciati che promossi, il sistema ha tante falle e andrebbe rivisto, se non cancellato. Detto questo, in questi giorni ne sentiamo di tutti colori. Da chi fa apposta scena muta all’orale, tanto lo scritto è sufficiente per passare, a chi manda una lettera al ministro per farsi abbassare il voto. Una vera propria competizione a chi trova il modo più originale per protestare e, soprattutto, per guadagnarsi like e titoli di giornale. Perché la questione è questa, la visibilità, il momento di gloria, l’algorirmo che dura il tempo di un’estate, e forse neanche, ma fa gonfiare il petto. Un tema più grande della maturità, perchè qui a emergere è una società che ha un grosso problema con i social e l’informazione, e soprattutto con la percezione di ciò che conta davvero. Poca sostanza e tanti like. La maturità, quella vera insomma, è davvero lontana. 

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