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The Queen

Della Regina Elisabetta sappiamo tanto, tantissimo. Personaggio mediatico suo malgrado, di lei abbiamo immagini, filmati, discorsi più che di ogni altro monarca passato o contemporaneo. Icona pop, amata anche da chi non ama la monarchia, sulla sua eredità scriveranno in molti, come già hanno fatto durante la sua lunga vita. Aldilà delle celebrazioni, credo che Elisabetta sia da tenere come esempio per alcuni aspetti che riguardano la vita di tutti noi, comuni mortali. Primo, la coerenza. Devota alla corona fino alla fine, ha speso una vita al servizio del suo Paese e del suo ruolo. Senza mai rinnegare se stessa. E io credo che in un mondo di trasformismo opportunista, questa sia una dote di grande valore. Secondo, la riservatezza. Sappiamo tutto di lei, ma in fondo non sappiamo nulla. Solo quello che ha voluto farci sapere, centellinato per giunta. In questa era in cui condividiamo anche quante volte andiamo in bagno per un like in più e per un attimo di popolarità, lei è esempio lampante che la grandezza emerge a prescindere dai social. Anzi. Terzo, lo stile. Mai sopra le righe, neppure in gioventù, perfetta nella sua divisa, sorridente anche nella bufera. Ecco, poi ci sarebbero molti altri aspetti da ricordare, ma, come dicevo, lasciamolo fare agli esperti, che, ne sono sicura, sapranno valutare i settant’anni di regno con la giusta competenza. A me piace ricordarla per queste tre doti, coerenza, riservatezza, stile. E far mie le parole da lei pronunciate nel 2002: “Ogni giorno è un nuovo inizio, so che l’unico modo per vivere la mia vita è cercare di fare ciò che è giusto, guardare a lungo, dare il meglio di me in tutto ciò che la giornata porta e mettere la mia fiducia in Dio”.

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Conciliazione

Sono da sempre affascinata dai nomi delle vie. Nel senso, che mi ritrovo spesso a chiedermi chi siano le persone ricordate su quelle targhe, oppure cosa significhi quel termine che leggo sulla targa di una strada in cui mi trovo a passare, in Italia o nel mondo. Fateci caso. Il più delle volte si tratta di nomi assolutamente ignoti, oppure dei soliti Garibaldi, Cavour, Roma, che di per sè ovviamente non attirano più la mia curiosità. E badate che non si tratta di un esercizio noioso, ma solo della curiosità di una che non si ferma mai alle apparenze. Se avessimo il tempo e la voglia di indagare, quelle vie nascondono il più delle volte storie bellissime di persone normali che, durante la loro esistenza, nelle epoche più disparate, hanno compiuto imprese eccezionali. Oppure vicende così particolari da poter essere il canovaccio per un libro. Molte strade sono diventate il simbolo di tutta un’epoca, pensate che so ad Abbey Road, Wall Street o la più triste Via d’Amelio: tutte hanno una storia, tutte sono una testimonianza del passato. La mia preferita è però via della Conciliazione. Non tanto perchè sia un luogo incantevole che porta alla basilica di San Pietro, luogo che mi dà sempre i brividi, ma per il nome stesso. Conciliazione. Che vi devo dire, mi piace. Suona bene, accarezza il palato e la mente, rasserena il cuore, induce a sperare. Sì perchè in un mondo in cui va di moda la resilienza, atteggiamento tutto sommato passivo di adattamento allo status quo, a me piacerebbe che facesse tendenza la conciliazione. Che non per nulla ha in sè quella preposizione con, che sottintende una unione, o per lo meno la volontà di arrivare ad un punto di incontro. In un mondo in cui lo scontro, fisico e verbale, sembra essere il solo argomento che fa notizia, in cui tutti sono sempre incazzati e pronti a prevaricare l’altro come strumento di affermazione di se stessi, a me piace la conciliazione. Meno testosteronica, ma infinitamente più utile. Meno popolare, perchè fraintesa come remissione, ma più sottile, intelligente, potente. Io riempirei l’Italia di vie della conciliazione, a ricordarci che da soli non si va da nessuna parte, come la storia ci ha dimostrato migliaia di volte. Intanto continuo a soffermarmi sui toponimi. Vi va di farmi compagnia?

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Vademecum

Nel marasma della ripresa settembrina, tra le tante disgrazie di questi anni complicati, il caro gas ed energia occupa un posto di rilievo in tutti i tiggì. E vorrei ben vedere. Le bollette sono aumentate da tempo e il bello deve ancora venire. Per cui, al titolo “gli interventi del governo”, alzo il volume e ascolto con attenzione. In realtà, parte la solita sfilza di consigli che personalmente mi innervosiscono sempre un po’, perchè sembrano mettere in dubbio il buon senso di chi ascolta. Un po’ come d’estate, per combattere il caldo, si raccomanda di bere tanto, non uscire nelle ore più calde e mangiare leggero. Eh bravo, se non me lo avessi detto non ci avrei pensato. Idem adesso. O forse sono io che sono strana. Perchè, non so voi, ma io da una vita spengo la luce se non sono più in una stanza, faccio andare a pieno carico lavatrice e lavastoviglie, tengo il riscaldamento ad una temperatura consona e piuttosto indosso una felpina più calda. Così come sotto la doccia chiudo il getto quando mi insapono e stiro in prevalenza nel fine settimana. E l’asciugatrice? Più di una volta ho visto occhi increduli guardarmi quando dicevo di stendere i panni ad asciugare sul balcone. Stendi i panni? Non usi l’asciugatrice? Ma così ci metti una vita e non asciugano più. Sì che la uso. Abito in condominio, ho tre uomini in casa, lavo quanto una lavanderia industriale, ci mancherebbe. Ma solo quando non posso fare altrimenti, perchè il profumo dei panni stesi ad asciugare al sole è tutta un’altra cosa, perchè stendere non mi pesa e in fondo è attività fisica, perchè così i pigiami non diventano di due taglie in meno e il bagno un forno. E io non sono una pasionaria dell’ambiente, sono solo una che per abitudine odia gli sprechi. I consigli del tiggì sono normalità e forse sarebbe il caso di controllare maggiormente le temperature nei grandi magazzini per esempio, che d’estate hai bisogno del piumino per il freddo e d’inverno del costume per il caldo. Che poi, se ho le mani impegnate con sciarpe, giubbotti, cuffia che mi sono tolta per non sciogliermi, come faccio a comperare qualche cosa? E’ anticommerciale, dai. Comunque, se tutto sto casino serve a ricordarci di non sprecare energia, inquinando di meno, alla fine non è male. Della serie, proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno. Non di vodka, però. Che ultimamente mi è un po’ indigesta.

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Grande

Sei diventato grande senza che me ne accorgessi. Anzi, a dire il vero, dovrei dire che grande lo sei sempre stato. Da quando avevi un anno, da quando è nato tuo fratello, sei sempre stato il grande, così come lui è il piccolo, ancora oggi che ha la barba e la voce da uomo. Eri tranquillo, da bambino, ti bastava avere un libro in mano e non ti sentivo per ore. Sfogliavi le pagine per pomeriggi interi, ti fermavi a guardare le immagini, ascoltavi con estasi la mia voce che ti leggeva quelle righe così affascinanti per te. Trovavo libri ovunque, nel lettino, in giro per casa, una volta ne ho recuperato uno anche nella lavatrice. A un certo punto, hai deciso che non potevi aspettare che io ti leggessi tutto quel mondo così affascinante, no, hai deciso che volevi essere indipendente, libero di viaggiare con la mente. A quattro anni, da solo, osservando il mio labiale e poi la pagina, facendomi leggere e rileggere sempre le stesse storie, hai imparato a leggere. E poi a scrivere. E quando tuo fratello ha iniziato a chiederti di leggergli le storie, hai insegnato a leggere anche a lui. Che la lettura è qualche cosa di tutto tuo e se c’è una cosa che non sopporti è la lettura ad alta voce, per gli altri. Ecco, io credo che in quel momento avrei potuto capire esattamente la tua essenza. Individualista, indipendente, determinato nell’ottenere ciò che ti interessa e indifferente al resto. In quel momento mi stavi dicendo che il cordone ombelicale era reciso, definitivamente. Ma io, mamma de core per cui la famiglia viene prima di ogni aspirazione, desiderio, velleità, quel cordone l’ho riattaccato mille volte. Con lo scotch, la colla, ago e filo. Mi sono sempre detta che mettiamo al mondo i figli, escono da noi, ma sono altro da noi, che mai e poi mai vanno considerati una nostra estensione. Eppure spesso ho fatto l’errore di considerarti tale. Forse perchè sei il primo, così desiderato da fare quasi male al cuore, forse perchè sei così simile a me nelle passioni, la lettura, la storia, la scrittura. Simile ma diverso. Simile ma altro. E, ad un certo punto, tu hai iniziato a gridarmi quanto sei diverso da me, per il sacrosanto diritto di affermare la tua essenza, la tua individualità. E quel cordone ombelicale l’hai fatto a brandelli, a tratti con cattiveria, perchè io ero sorda e cercavo sempre di proteggerti. Ho capito sai? Ci ho messo diciotto anni, ma ho capito. Leggo la circolare scolastica e realizzo che sei in quinta liceo. In quinta liceo, io ho conosciuto tuo padre e mi sentivo, ero, una donna. Non vedo perchè tu non abbia lo stesso diritto di essere un uomo. Un uomo tosto, tra l’altro, che per fortuna è simile a me, ma, a differenza mia, è forte e sicuro di ciò che è. Molto bene, ragazzo mio. Buon anno scolastico, allora, e goditelo tutto!

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La mia città

Ho sempre voluto andarmene da questa città. Città…meglio cittadina dai, che Mortara della città non ha nè la frenesia, nè la voglia di cambiamento. Comunque, da che mi ricordo, non mi sono mai sentita a mio agio fra queste strade, che pure calpesto da 47 anni. Vi dirò di più, non mi sono mai neanche sentita amata, accolta, come se il senso di disagio fosse reciproco. Eppure mi sono impegnata. Per carattere, tendo a fare di necessità virtù e, visto che qui dovevo vivere, mi sono impegnata nel tessuto sociale e culturale, ci ho messo del mio, così, come ero capace. Per anni, anche. Eppure, cosa vi devo dire, mi sono sempre sentita diversa, e non è una bella sensazione. Diversa, badate bene, non migliore, anzi, che qui a passare per una che se la tira ci vuole un attimo. Ma che volete che mi tiri io, poi…Incredibile come mi sia sempre sentita più libera nelle grandi città, in giro per il mondo, libera di essere, di dire, di fare ciò che sento. Come abbia legami fortissimi con persone che abitano a chilometri di distanza, con cui mi sento quotidianamente, ora anche grazie a internet, e fatichi a trovare intesa tra queste strade. Ed è sempre stato così. Credo sia peculiarità della provincia, che ti culla nel suo grembo, ti fa vivere più sicura che nelle metropoli, ti accoglie con i suoi ritmi sempre uguali, ma nello stesso tempo ti incasella, ti affida un ruolo che dovrebbe rimanere immutato per l’esistenza intera. E io cambio di continuo. E io odio incasellare qualunque cosa. Da sempre ho capito che ero io fuori posto, che mica puoi cambiare la mentalità di un luogo, puoi adattarti o andartene. Tertium non datur. E allora mi sono adattata. Con il tempo ho smesso anche di impegnarmi per piacere a queste strade, tanto è lotta inutile e porta solo a perdere di vista sè stessi. Come con un amante che ti vorrebbe diversa: puoi decidere di cambiare, ma alla lunga ti perdi e vivi male. Essere sè stessi è l’unica via verso la libertà che conosco. Abito qui, ma non vivo qui. Viaggio tanto, anche e soprattutto con la mente, evito il pettegolezzo, aiuto volentieri chiunque abbia bisogno, mi interesso di ciò che accade, col lavoro che faccio non potrebbe essere altrimenti, ma cerco di non pretendere da questa cittadina più di quello che può darmi. Tranquillità, confidenza, semplicità, ripetitività. Che, tutto sommato, nel caos del mondo in cui viviamo non è poco.

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Smemo

I miei figli, adolescenti liceali, non usano più il diario scolastico. Quest’anno mi hanno detto che non lo acquisteranno, perchè tanto c’è il registro elettronico e non ne hanno bisogno. Ai miei tempi, tra gli anni ’80 e ’90, il diario era invece fondamentale. Non solo per segnare compiti e lezioni, ma perchè accompagnava ogni giorno, raccoglieva frasi, oggetti, immagini.
Il mio diario era la Smemo e la comperavo a giugno, perchè andava a ruba e perchè, in questo modo, avrei potuto già iniziare a scriverci durane l’estate.
Disegni, canzoni, ritagli di giornale, cannucce, biglietti dei concerti, ingressi in discoteca, ma anche le frasi memorabili dei prof, le tracce degli amori eterni, che duravano una settimana, rabbia, paura, ansia, amicizia. C’è tutto in quelle Smemo, vere testimonianze materiali di anni complessi eppure indimenticabili. Ci sono anche tante fotografie, qualche polaroid, un po’ sfuocate, mai in posa, che non c’era il digitale, nè photoshop e i rullini costavano per essere sprecati.
Puntualmente, a dicembre la Smemo non si chiudeva più, spesso si staccava la copertina, ma questo dava l’idea del vissuto, del reale. E allora ci si ingegnava con elastici colorati, nastri, fiocchi, in una gara a chi la rendeva più bella e soprattutto unica.
Passavi dai corridoi, buttavi gli occhi nelle classi ed eccole lì, sui banchi verdi con il buco per il calamaio, a colorare le ore di inverni troppo lunghi e ora così lontani. Che belle le nostre Smemo e che bello sfogliarle oggi, a più di trent’anni di distanza, a ricordarci ciò che eravamo e ciò che ci ha resi ciò che siamo ora.
Che, in fondo, tutti noi non siamo altro che il diario colorato della nostra stessa vita.

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Vivi nascosto

Guardo il Tiggì.
Crisi di governo.
Siccità e caldo estremo.
Scioglimento dei ghiacciai, incendi e cambiamento climatico.
Covid ancora diffuso e altri virus in agguato.
Borse a picco.
Guerra in Ucraina.
Inflazione alle stelle.
E mi fermo qui, che i femminicidi, le risse tra bande, i poveri immigrati che arrivano dal mare, i buchi nelle strade, la droga, la malavita sembrano quasi situazioni normali di fronte al disastro presente.
Mi fermo e penso che resta sempre valido il consiglio epicureo del Λάθε βιώσας, Lathe Biosas, vivi nascosto, che potremmo tradurre (erroneamente ma non troppo) “fatti i cazzi tuoi e campa cent’anni”. In questo momento, lungo ormai diversi anni, i libri, la riflessione, le lunghe passeggiate nella natura, lo studio, le chiacchiere con poche e intime persone, un buon bicchiere di vino (che Epicuro boccerebbe, ma non aveva assistito a tutto lo schifo cui assistiamo noi…) sembrano essere l’unica soluzione.
Spegni tutto e dedicati a te stesso e a chi ami. Dedicati solo a ciò che vale la pena. Lascia perdere il superfluo e concentrati sull’essenziale. Cura anima e corpo per il benessere che ti danno, non per l’apprezzamento che potrebbe derivare da altri. Vivi in silenzio e ascolta. Nessuno lo fa più, in un mondo troppo impegnato a parlare senza chiedersi quale sia poi l’effetto di tanto rumore.

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Una sigaretta

Ora ascoltatemi. Accendete una sigaretta. E non importa che fumiate o meno. L’importante è che voi lo facciate. Accendetela. E non respiratela. Sapete cosa succede? Si consuma. Che voi la respiriate oppure no, lei si consuma lo stesso. Come la vita, che si consuma anche se voi non la respirate. Vi porta al filtro senza nemmeno ascoltarvi. E allora perché restare fermi? Perché restare piantati a guardarla passare? Sappiate arrivare al filtro della vita avendo dato tutto quello che c’era da dare. Godetevela. Perché esiste una sola certezza. Si consuma

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Delusione

Non sempre, a fronte di un impegno massimo, si ottiene un risultato soddisfacente. Anzi. Il più delle volte ci ritroviamo stanchi, delusi e con un pugno di mosche in mano. Ti guardi allo specchio e pensi “ma chi me lo fa fare? A che pro? Da domani cambio!” E poi, per fortuna, non cambi. Perché nulla è più deludente che darsi per sconfitti, che rinunciare a combattere, che smettere di provare e riprovare. Non arrendetevi mai, trasformate la delusione in pungolo per rimettervi in gioco, non arrendetevi alle avversità. La vita è una partita. Meglio giocarla che stare seduti in panchina a guardare.