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Editoriale

Il mio editoriale su La Lomellina di oggi, 1 marzo

Ho la brutta abitudine di andare a fondo dei problemi e di non lasciare mai nulla di intentato. Sono insomma una di quelle persone che non mollano finché non hanno capito, sviscerato e possibilmente risolto la questione. Lo faccio nella mia quotidianità e a maggior ragione lo applico al mio lavoro di giornalista, perché credo sia fondamentale andare al nocciolo di ogni questione e cercare sempre di dare voce ad ognuno degli attori delle varie vicende. Non è una via semplice, va detto, non lo è per nulla.

Molto più facile sarebbe scrivere giusto come la penso, il mio punto di vista, ma deontologicamente mi piace muovermi come farei in una specie di esperimento scientifico: situazione, reagenti, pro e contro, conclusioni. Il tutto ovviamente filtrato dal mio modo di vedere la realtà, perché non potrebbe essere altrimenti, in fondo è quello che facciamo tutti, ogni giorno. Io sono una giornalista e tra i miei compiti vi è quello di raccontare la realtà, così come io la colgo nel suo dipanarsi davanti ai miei occhi. Non credo a chi parla di obiettività dell’informazione, salvo si tratti di dati vitali. Ogni cosa che noi raccontiamo, fin da bambini, è determinata dal nostro punto di vista. Sempre. Ipocrita chi dice il contrario. Vero è anche che si deve sempre rispettare il punto di vista altrui e magari darne anche conto, per una correttezza verso i lettori che è per me un faro imprescindibile. Gaetano Salvemini, politico e storico di altissimo livello, scriveva “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti, cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere“. Onestà intellettuale che mi spinge però anche nella continua direzione di mettere a nudo ciò che non funziona, perché io credo che il giornalista debba sempre mettere in luce “l’anello che non tiene” di montaliana memoria, che debba infilare il dito nella piaga e rigirarlo, perché solo tirando fuori i problemi questi potranno (forse) essere risolti. E visto che, come dicevo in apertura, sono una che va a fondo di tutto, il dito nella piaga non intendo toglierlo. Non è dicendo che tutto va bene che si migliora la nostra vita, è un’illusione che dura il tempo di un battito d’ali e che svaluta anche l’intelligenza di chi legge, cosa per me inconcepibile. Mi piace il confronto e apprezzo particolarmente chi non vi si sottrae, perché è uno dei modi migliori per generare idee e nuove prospettive, senza le quali ci fermeremmo in un pantano senza futuro. E non immaginate nemmeno quanto sia difficile avere questi confronti, quanti messaggi senza risposta, quante telefonate cadute nel vuoto senza riscontro, quante ore perse a rincorrere solo per una battuta, solo in fondo per dare seguito a quel disperato tentativo di probità intellettuale. Noi giornalisti siamo descritti spesso come rompiscatole, certo che lo siamo, se vai a fondo questo accade di conseguenza, ma talvolta la nostra supposta petulanza è l’esito scontato di un’assenza di risposte che porterebbero via il tempo di un caffè. Comunque non mollo, ve lo ripeto per la terza volta, così, come San Pietro ma, a differenza sua, non per rinnegare qualche cosa, ma per sottoscrivere nuovamente quanto fatto in questi mesi. Sempre con un solo fine. Informare, con onestà, in nostri lettori.

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