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Le regole dello star bene

Ed eccoci arrivati alla quarta stagione de Le regole dello star bene.
L’emozione è tanta, simile a quella del primo giorno di scuola, in cui timore, curiosità, adrenalina, si mescolano alla felicità di riabbracciare i propri compagni di viaggio.
Amo questo lavoro e la possibilità di conoscere tanti professionisti, di approfondire temi nuovi, di informare il pubblico e di aiutarlo se possibile nelle tante decisioni del quotidiano.
Vivere secondo le regole dello star bene vuol dire fare prevenzione, alimentarsi correttamente e con gusto, fare sport, coccolare la propria mente. Vuol dire avere rispetto di sè stessi e degli altri. Vuol dire amare l’ambiente in cui ci muoviamo e avere comportamenti ecosostenibili. Vuol dire imparare a godere delle piccole cose quotidiane senza smettere mai di sognare in grande.
Vi aspetto ogni venerdì su @milanopaviatv, canale 89, dalle 21.10 oppure in streaming qui https://www.milanopavia.tv/diretta-tv-telepavia-milanopaviatv
❤️❤️❤️

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Dante

700 anni fa è morto Dante. Il 14 settembre 1321. In esilio e incazzato nero per essere ancora lontano da Firenze. O almeno, io me lo immagino così. Colpa di quel profilo arcigno con cui viene sempre ritratto, di quel vestito rosso che lo fa sembrare una maschera del Carnevale, di quell’odio che un po’ tutti abbiamo avuto per la Divina Commedia. Odio non per la Commedia in sè o per Dante, che in fondo è sempre stato uno di noi, un po’ sfigato in amore e perdente in politica. Ma perchè quest’opera lunghissima ci ha tormentato per tre anni a scuola senza che ne capissimo una mazza. Ricordo che disperata guardavo le note e, se possibile, le note a piè di pagina erano ancora più oscure delle terzine dantesche. Quelle almeno suonavano bene, le note erano infarcite di riferimenti a personaggi, filosofie, eventi, che non si capiva niente. E se faceva fatica una come me, che ha sempre adorato la letteratura, immaginiamo quelli a cui non piaceva manco Leopardi. Un disastro. Eppure, noi italiani parliamo la lingua di Dante. Lui è con noi ogni giorno in così tante espressioni che neanche lo sappiamo. Date un occhio al profilo Instagram della Accademia della Crusca: ogni giorno pubblica parole ed espressioni coniate da Dante e vi stupirete di come, senza Dante, non ci sarebbe il turpiloquio che in tanti amano usare anche in TV e sui social. Cioè la Commedia ha tanti di quei BIP da far impallidire Scherzi a Parte. Così, nel giorno della morte di Dante, ho pensato a quali erano i primi versi che mi ricordavo e al motivo per cui li ricordavo. Eccoli qui.

“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” Inferno, Canto III…espressione di disprezzo molto elegante, oggi traducibile in “non cagarli”. Quante volte l’ho pensato….

“Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole,
e più non dimandare…” Inferno, Canto III
Zitto e vai, che tanto non hai voce in capitolo. Che poi già solo pronunciare vuolsi così colà sa di supercazzola a cui non puoi ribattere.

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona…” Inferno, Canto V.
Il canto più figo del mondo, quello di Paolo e Francesca e del loro amore impossibile. Già il fatto che si innamorino leggendo di Ginevra e Lancillotto (Richard Gere, per intenderci) rende il tutto da sballo.

“Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse” Inferno canto V.
Vedi sopra. Sti due si sono innamorati leggendo le Canzoni di Gesta. Ora si innamorano ascoltando Rocco Hunt e Ana Mena. Qualcosa è andato storto.

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza” Inferno, Canto XXVI.
Come a dire, che saremmo stati generati per progredire e studiare e amare la arti, la storia, le scienze, ecc. Per cui mai dovrebbe succedere che un programma di Alberto Angela venga cancellato perchè sconfitto all’auditel da Temptation Island. E invece…

“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” Inferno, Canto III
Questo, per chiudere, è ciò che ci ha detto il prof di greco e latino il primo giorno della quarta ginnasio. Così, tanto per darci il benvenuto. Io lo scriverei sulla porta del Grande Fratello. Così tanto per cambiare. Che dite?

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Radici

Le radici sono importanti. Non si può cancellare il luogo che ti ha cresciuto, nè le persone con cui hai condiviso le esperienze che ti hanno formato. Le mie affondano nelle risaie lomelline, anche se sono nata a Milano e vado fiera del mio F205 sul codice fiscale. Ma non sono milanese, nè cittadina, anche se adoro le metropoli, Milano, Londra, NY. Adoro il rumore, la gente che si affolla, le vetrine sempre avanti anni luce, la vita che pulsa. Ma li adoro perchè mi inebriano, come qualche aperitivo di troppo, e quando torno nel silenzio della mia terra mi sento meglio. A casa insomma. A pedalare tra i campi e le zanzare, a respirare l’umido della terra, a guardarmi intorno senza confini. Amo la mia città, amo la sua storia, le sue abitudini, la sua gente. Un po’ chiusa a dire il vero, come il suo dialetto, ma con il cuore grande, come tutti quelli che vivono la provincia e sono in fondo una grande famiglia. La amo, ma come un amante non compreso. Sarà colpa di quel F205, o del mio carattere troppo esuberante, non lo so, ma la mia città non hai mai capito il mio amore. Lo tollera, sì, lo usa, a volte, ma con attenzione, a distanza, sia mai che mi illuda di essere ricambiata. Così mi siedo e la guardo vivere. Ogni tanto mi allontano, eppure poi torno sempre qui. E aspetto. Aspetto che comprenda il mio amore, lei e soprattutto la gente che ci vive. Che vedano me, la donna che sono, e non sempre la famiglia che mi ha generato, le persone che ho frequentato, il contesto che mi ha cresciuto. Me, me, e solo me. Perchè io sono questo paese come loro. Perchè tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri e soprattutto abbiamo bisogno di una Paese. Come scriveva Pavese “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Ecco, qui, c’è qualche cosa di mio. Ci sarà sempre. Il mio amore.

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Scuola e amore

A me è sempre piaciuto andare a scuola. Sono sempre stata in controtendenza, lo so, ma é un dato di fatto. A me la scuola piaceva, a partire dagli oggetti fino alle ore di studio sui libri. Da piccola, ancora in età prescolare, uno dei miei sogni era la cartella. Vedevo le mie amichette più grandi uscire di casa la mattina con grembiulino bianco, fiocco azzurro e la loro cartella di pelle blu, bordeaux o tinta cuoio sulle spalle e morivo di invidia. Quando ho avuto la mia prima cartella è stato come ricevere una Birkin di Hermès. E vogliamo parlare dell’astuccio? Un orgasmo, con tutti quei pastelli, matite, gomme. Per non parlare dei libri, che sapevano di buono, tanto che li ho sempre annusati prima di leggerli, sottolinearli, studiarli, viverli. Crescendo, nulla é cambiato. L’inizio della scuola è sempre stato come prepararsi a una festa. Tutto nuovo, tutto perfetto. Poi è anche arrivata la Smemo ed é stato l’amore. Perché i miei diari sono davvero le pagine della mia adolescenza e dentro c’è di tutto: cucchiaini di plastica del gelato, fotografie, riccioli, disegni, frasi, dolori, gioie, paure, canzoni…tutto il mio mondo. Quando voglio tornare a quegli anni, prendo una Smemo, panciuta, enorme, tenuta insieme da fiocchi ed elastici e mi ci butto dentro. Mi piaceva la scuola, oh se mi piaceva. Mi piaceva studiare. Mi piaceva ascoltare i prof. Mi piacevano le gite. Mi piacevano i miei compagni. Il treno al mattino, l’intervallo, i bigliettini durante i compiti in classe, l’amore per il più figo della scuola.
E allora, l’augurio che posso fare ai nostri ragazzi, che domani iniziano, é che la scuola sia per loro anche solo la metà di quello che é stata per me. Gioia pura.
Buon anno ❤️

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Shopping

Un pomeriggio di shopping e tanta voglia di normalità. É così bello la normalità, ci avete mai pensato? Io vivo nella continua sorpresa di poter riassaporare la mia quotidianità dopo i lockdown. Perché forse voi avete già dimenticato, ma per me quei mesi sono stati senza aria. In casa. Contatti pochi. Sempre sui social. Aperitivi via whatsapp. Weekend inutili. Ecco. Io non riesco ancora a metterla via quella sensazione che mi stessero rubando il tempo. Perché il Covid mi ha rubato giorni, esperienze, persone, abbracci. E io spero solo che l’autunno che arriva sia diverso. Che sia normale ecco. Mascherato ma normale. Come questo fantastico pomeriggio di shopping, mano nella mano con lui ❤️

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Anniversari ❤️

La mattina di 19 anni fa il cielo era tutto nuvoloso. Non avevo chiuso occhio e, davanti allo specchio, ammiravo il foruncolo delle grandi occasioni che faceva bella mostra di fianco al mio naso. Ero felice, nervosa, ansiosa, ma sicura. Sicura che sarebbe stato un giorno fantastico. Sicura che lui fosse il ragazzo perfetto per me. L’ho voluto intensamente questo matrimonio e, dopo tanti anni, posso dire che incontrare Luca è stato il più grande colpo di culo della mia vita. Perché senza di lui tutto sarebbe stato nuvoloso come quella mattina. E invece, con la mano nella sua, splende il sole, come quello che poi uscì in quel pomeriggio del 31 agosto 2002.
Grazie amore! ❤️

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Grandi

E all’improvviso ti senti inutile. Per diciotto anni hai vissuto per loro, per i loro tanti bisogni, orientando ogni scelta a loro vantaggio. Per anni, i pensieri dominanti sono stati i pannolini, l’allattamento, le pappe, la pediatra, le vaccinazioni, l’asilo, la cartella, l’iscrizione alla scuola di musica e al corso di tennis, le feste di compleanno. Ogni decisione personale e professionale è stata determinata dalle loro necessità, perchè loro erano (e sono) il centro della vita. Il primo pensiero al risveglio e l’ultimo prima di dormire. E, in cambio, un amore senza fine. Quel loro chiamare mamma dieci, venti, cento volte al giorno, soprattutto quando eri sotto la doccia o in bagno. Quel loro abbracciarti all’improvviso, voler venire in braccio, starti attaccati come cozze in ogni momento. Quel loro guardarti come se fossi l’essere più bello al mondo, una dolcezza unica, sincera, totale. E poi, un giorno, sono diventati grandi. Sono ancora il primo pensiero per te e lo saranno in eterno. Ma tu non sei più il loro primo pensiero. Giorni interi in casa senza che ti rivolgano la parola, connessi con altri mondi, impegnati in altro, e tu, fuori. Se provi a chiedere, dove una volta c’era un fiume in piena di racconti, ora c’è il silenzio di chi vuole farsi i fatti suoi. Ti ripeti che è giusto così, che è normale così. Che un figlio non è cosa tua, ma un essere indipendente, che deve volare con le sue ali. Che adesso devi tenerli d’occhio, in quella fase difficile che è l’adolescenza, ma da lontano, lasciandoli liberi di fare le loro scelte, di sbagliare anche, perchè solo sbagliando si diventa grandi. E che ora puoi scegliere, pensando solo a te stessa e al tuo compagno di una vita. Bello, no? Sì, sì, certo. Sei ancora giovane e ci sono un sacco di progetti accantonati. Eppure ciò che vorresti ora, sì proprio ora, in un caldo pomeriggio di giugno, sarebbe vedere il tuo bambino che ti viene vicino e che ti dice “Mamma, in baccio” e poi ti stringe forte, cuore contro cuore. Che di tanta libertà ora, forse, non sai che fartene.

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Sí vax

Ieri finalmente è arrivato anche il mio turno per il vaccino. Confesso che ero emozionata e che mi sono svegliata all’alba, un po’ come quando dovevo andare in gita scolastica. Sí, lo so, penserete che sono stupida e che ingigantisco le cose, ma per me ieri è stato un giorno speciale. Ho sofferto terribilmente durante i mesi di lockdown e ho voglia di ripartire. Molti mi dicono che i vaccini sono inutili e che non saranno sufficienti per mettere il punto alla pandemia. Io questo non lo so. Io so solo che ho parlato con virologi che stimo da epoca pre Covid e che mi bastano le loro spiegazioni. Io so solo che se il vaccino eviterà di congestionare le terapie intensive sarà già una vittoria. Io so solo che al momento questa é la sola soluzione positiva che conosco e che per questo sono felice come il giorno di Natale. Ho atteso questo vaccino così a lungo che ieri temevo succedesse qualche cosa di imprevisto che lo allontanasse da me. E nel momento in cui l’ago ha bucato la pelle ho sorriso. Dietro la mascherina, si, ho sorriso. Nonostante le polemiche quotidiane tra no vax e sí vax. Tra cui vuole un vaccino e chi un altro. Tra quelli che si stava meglio quando si stava peggio e qui è tutto un complotto. Pensatela come volete, io credo nei vaccini. Da sempre. E oggi sorrido con una serenità nuova. La luce in fondo al tunnel è meno lontana ❤️

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Lo amo

Lo amo da così tanto tempo che potrebbe sembrare un sentimento scontato. Ma l’amore non lo è mai. L’amore non è routine, abitudine, comodità. L’amore è scoprire ogni giorno che lui è quello giusto anche con il passare degli anni, le rughe, la lombalgia. Quell’amore che appare all’improvviso nelle piccole cose, in quella condivisione che ti stupisce, in quella tenerezza che non ti aspetti, in quel suo preoccuparsi sempre e comunque del tuo benessere. Lo amo perché mi ha reso la donna che sono, mi ha conosciuto scricciolo irrisolto e mi ha aiutato a trovare la mia strada, mi ha incoraggiato sempre, c’è stato, nel dolore e nella gioia, quando lottavo con i mulini a vento e mi arrabbiavo per le ingiustizie. Lo amo per i nostri figli, per i viaggi insieme, per le discussioni che ci fanno crescere, perché con lui posso parlare di tutto, dalla politica internazionale al colore dello smalto. Lo amo e voglio dirvelo. Perché? Perché le cose vanno dette e ripetute, prima di tutto a noi stessi. Perché in un mondo di gente che si lamenta sempre, è bene ricordare ciò che di prezioso ognuno possiede. E l’amore è di sicuro un tesoro per cui vale la pena sorridere e cantare, anche sotto la pioggia.

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Genitori

Quando diventi genitore, non sai a cosa vai incontro. O meglio, sai quello che hai supposto da figlio, quello che hai visto intorno a te, quello che ti hanno raccontato. Cioè non sai nulla. Sei lì, con questo esserino perfetto e di fatto non sai da che parte prenderlo. Un po’ come la prima volta che ho aperto la scatola di un iPhone e ho cercato invano le istruzioni. “È intuitivo” mi hanno detto. Idem con i figli. Vai a intuito. A tentativi. Cercando di fare del tuo meglio. Che poi col tempo maturi la certezza che, per quanto ti impegni, sbaglierai comunque. Che fare il genitore non è una scienza esatta ma un atto d’amore. E nulla è più imperfetto di un atto d’amore. Imperfetto e incompiuto, perché in fieri, in divenire. Quando poi arrivi all’adolescenza, oltre a non esserci istruzioni, i caratteri sul display del famoso iPhone sono in cinese. Manco l’intuito aiuta. E tu ti ritrovi ad avere in casa esseri con una voce profonda, pelosi, sempre persi in un mondo tutto loro, che dicono di essere i tuoi figli. Si, gli stessi per cui fino a due mesi prima eri il centro del mondo, ora si arrabbiano se non bussi prima di entrare in camera loro. Gli stessi a cui hai pulito il sedere migliaia di volte (atto che solo l’amore può giustificare) ora non vogliono farsi vedere nudi, quelli che un tempo ti raccontavano tutto, ora si trincerano dietro un “sono fatti miei”. E tu ti ritrovi in premenopausa, con le prime rughe e i capelli bianchi qua e là, gelosa di quella ragazzina che ora occupa il loro cervello al tuo posto. Si, perché siamo gelose, anche se è stupido e irrazionale, ma tant’è. E mentre rifletti su queste cose, ti passa davanti il maschio alfa di casa, in pieno edonismo da cinquantenne, e ti guarda con lo sguardo dell’uomo che non deve chiedere mai e poi ti fa uno dei suoi complimenti che come sempre commenti ironica ma che ti fanno piacere. Ecco. Spero che le due creature, con o senza istruzioni, diventino come lui. Uomini che amano le donne. Uomini che rispettano le donne. Sempre.