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Altrove

La sensazione di essere altrove. Lì, mentre qualcuno ti parla di qualche cosa e tu rispondi con parole che sembrano uscire dalla bocca di qualcun altro. Sorridi pure, sei carina e affabile, ma sì certo, sicuramente, hai ragione, ciao. Intanto il pensiero segue vie diverse e tu lo segui, lo rincorri quasi. Maledici ogni incontro che fai perché sei costretta a dirgli “aspetta un attimo, mi libero di questo e arrivo”. Quell’idea con cui ti sei svegliata la mattina e ti ha fatto sorridere, lì, ancora stesa nel letto, i capelli sudati, la luce tra le persiane, i passi pesanti di chi abita sopra di te. Che ti ha fatto compagnia durante la colazione, miele, frutta, uova e caffè, il momento più bello della giornata, quello in cui stare soli con sé stessi non pesa, anzi, i progetti si affastellano e culli ancora l’illusione che quello sarà un giorno importante, speciale, per cosa non lo sai, ma speciale. Che ti sei portata dietro in ascensore, in auto, in ufficio, in pescheria, dal ciabattino. Un’idea per cui vale la pena vivere. Un pensiero che ti rende distratta agli occhi degli altri, ma tu distratta non sei. L’opposto. Sei concentrata. A costruire immagini che gli altri non possono vedere e che sono sale, peperoncino, curcuma e cannella di ogni minuto di questa giornata. Sorridi, anzi ridi. Da sola. In coda allo sportello delle poste, sotto gli occhi attoniti di un emigrato con il suo fardello di burocrazia sotto braccio, che alla fine ti sorride di rimando, con i suoi denti irregolari. Così. In certi giorni sei altrove. Che il dono dell’ubiquità esiste. Non è fisico ma mentale. E io sono ovunque sei tu. Anche se non so dove sei. Non so cosa fai. Non so con chi sei. Non so nulla. Come sei vestito, cosa mangi, cosa pensi. Vorrei chiedertelo ma immaginarlo mi inebria, E’ costruire il racconto di una vita che senti tua, anche se tua non è. E’ scrivere dentro di sé un romanzo con l’inchiostro dell’amore e cancellarlo ogni sera, per poi reinventarlo la mattina. E’ un vizio, una droga, una passione. Tu. Il mio altrove.

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Stanca

Stanca. Come solo le donne possono esserlo. Sì perchè a volte vorrei essere un uomo per capire come è la loro stanchezza, che la nostra è complessa, come ogni cosa che riguarda il femminile. Siamo stanche di quello che abbiamo e di quello che non abbiamo. Stanche di correre sempre dietro a un progetto, un uomo, un ideale e stanche di aspettare. Stanche di dover dimostrare qualche cosa e stanche della routine quotidiana. Stanche di dovere essere sempre presenti, attente, efficaci, richieste, e stanche di non avere abbastanza attenzioni. Stanche del solito aspetto e stanche anche di dover essere diverse ogni giorno per non cadere nella noia. Stanche di essere come criceti nella ruota e stanche di una vita senza emozioni. Stanche. E quando succede così avremmo voglia di gridare e mandare tutti a quel paese, berci un bel bicchiere di vino rosso, prendere la macchina e via come Thelma e Louise e non se ne parla più. Ma non andiamo da nessuna parte. Perchè siamo stanche anche di dover sognare di partire da sole, che quel “ti prendo e ti porto via” di Vasco ci risuona nella testa ed è un’illusione di ogni donna, da Cenerentola a Pretty Woman. Stanche complesse e irrisolte. Semplicemente donne.

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