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September 11th

Tra millenials, generazione Z e baby boomers, ci siamo noi. La generazione dell’11 settembre. Noi che nel 2001 avevamo tra i 20 e i 30 anni ed eravamo pronti a conquistare il mondo. Noi che eravamo cresciuti con le sit com americane, con l’idea che gli States fossero il Paese dove i sogni si avveravano, la nazione del self made man e di wonderwoman. Noi che avevamo il globo in mano, la testa piena di viaggi e la voglia di conoscere tutto. Noi figli degli anni 80, della Milano da bere, della caduta del muro. Una grande illusione, piena di crepe e ingiustizie, ma a vent’anni puoi e devi essere illuso. Un mondo crollato, in poche ore, insieme ai due grattacieli di New York. Sbriciolato. Annientato. L’11 settembre siamo diventati adulti, in un attimo. Abbiamo fatto i conti con la guerra, il terrorismo, la precarietà, la paura. Ci siamo sentiti stupidi e persi. E da lì siamo ripartiti. Disillusi, rassegnati, ridimensionati. Curiamo il nostro orticello, che il mondo non è così figo come sembra. E quando abbiamo ricominciato a sognare, con figli e famiglia, mentre gli acciacchi iniziavano a ricordarci che non siamo eterni, ecco il Covid. La Dad, i nostri adolescenti in crisi, le strade deserte e una paura blu di darci un bacio. La pandemia ha completato il lavoro delle Torri Gemelle, insieme al casino internazionale e alle tensioni interne degli ultimi anni. Così, nostro malgrado, abbiamo dovuto accettare che non siamo invincibili. Anche se in fondo non smetteremo mai di crederci. Perché se siamo sopravvissuti a queste tragedie, bè possiamo arrivare ovunque. Noi, la generazione dell’11 settembre. 

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