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Ovunque sarai

Questa mattina passerò dal nostro bar e prenderò un caffè lungo. Lo berrò con calma e intanto aspetterò che tu entri di lì, incasinata, sorridente, vera. Succede spesso sai? E talvolta la sento proprio la tua voce, “ciao Cri!”. Io non ho molte amiche, anzi, ne ho pochissime. Non sono capace di averne, probabilmente. Incontro tantissima gente, mi sfiora, mi chiede, e poi se ne va. Tu ci sei sempre stata, da quando i nostri omonimi giocavano insieme nel prato della materna. Ci sei stata anche in questi due anni senza di te. Perché il cuore sublima la presenza con i ricordi che non sbiadiscono mai. Ciao Cri ❤️

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Penso

Penso che era più bello quando eravamo piccoli e si piangeva per un gioco perso o per il dispetto di un amico. Penso che rivoglio le mie illusioni, la mia fiducia verso il mondo, la mia voglia di inventare ogni giorno una nuova follia. Penso che diventare grandi non mi piace e che mi manca la bellezza di non pensare che un giorno tutto possa finire. Penso che sono stanca, ma poi penso che sono grande e che si può solo andare avanti. Con la forza di chi non si arrende, di chi crede sempre nel domani. Mica perché abbia un bel carattere. Ma va. Solo perché non abbiamo alternative. Vivere, vivere e ancora vivere. Senza arrendersi. Che ci piaccia o no, è il nostro misterioso destino ❤️

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Bella

Bella. Anzi bellissima. Il primo aggettivo che mi è sempre venuto in mente quando pensavo a lei. Ma di quella bellezza rara, che non ha bisogno di trucco, perché naturale, limpida, luminosa. Sempre sorridente, anche negli anni difficili della malattia. Ogni volta che ci incontravamo, parlavamo di viaggi. E lei allargava quel sorriso senza filtri e ti riempiva della sua bellezza. Insieme facevamo un elenco, lunghissimo a dire il vero, dei posti che avremmo voluto visitare. Accadeva di raro che ci vedessimo, ma chissà perché ricordo ogni volta. Come l’ultima, lei in bici e io a piedi, non so dirvi quando, ma di sicuro già nella sua sofferenza. Eppure il sorriso era sempre lo stesso. Quello che qualcuno ha voluto rubare e portare in cielo, perché nel dolore di questi giorni anche lassù hanno bisogno di luce. E già lei è una stella. La nostra. ❤️

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Dignità

Il popolo ucraino ci sta dando una lezione di dignità che non dobbiamo dimenticare. Dovremmo conoscerlo, a dire il vero, che le sue donne da anni fanno parte della nostra società, in una silenziosa integrazione che dà valore aggiunto al benessere soprattutto di anziani. Una lezione di patriottismo. Resistenza. Orgoglio. Coraggio. Commovente, davvero. Ma non diteglielo. Che non vogliono essere compatiti ma supportati, aiutati. Non mendicano ma si tirano su le maniche. Un esempio per tutti noi. Riflettiamoci.

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Ucraina ❤️

Lei è una donna forte, credo la più forte che io abbia mai conosciuto, fisicamente e caratterialmente. Uno scricciolo, minuta, semplice, eppure determinata. Una donna che vent’anni fa ha lasciato la sua casa, i suoi figli, la sua terra, l’Ucraina, per andare a lavorare in un Paese di cui non sapeva nulla e dove non conosceva nessuno. Non l’ha fatto per diventare ricca o avere successo, no. L’ha fatto per poter garantire ai suoi figli un’educazione scolastica, vestiti, una casa, un’auto. E poi, negli anni, aiutarli per costruirsi un futuro, sposarsi, avere dei figli a loro volta. Tutto per loro. Vent’anni a lavorare come badante, a lavare anziani, pulirli, curarli, affezionarsi a loro, piangerli quando se ne andavano, ricominciare da capo in un’altra casa, un altro anziano. Vent’anni non sono uno scherzo. Ma lei é forte. Torna a casa un mese all’anno e quando è là li aiuta nei campi, accudisce ai nipoti, fa il pieno di quell’affetto che per il resto del tempo corre sulla linea telefonica. Come lei, tante, tantissime altre donne. Ucraine. Forti. Orgogliose. Poi arriva il Covid, e la distanza diventa più dura da reggere, perché anche lei ha paura dì questo virus che sembra non dare scampo. In Ucraina, mi racconta, devi pagare tutte le cure, non come qui, che il sistema sanitario ti cura se stai male. Già, lei riesce sempre a farmi sentire fortunata dì essere nata in Italia, nonostante tutto. Lei è forte, e ai forti la vita riserva prove più dure. Un anno fa, a marzo, suo figlio si ammala di Covid e muore. A 38 anni. In una settimana se ne va e lei non fa in tempo ad arrivare per salutarlo. Però poi torna in Italia, perché la sua famiglia ha bisogno del suo lavoro. Torna con il cuore a pezzi, ma non si ferma. A sostenerla anche la fede, che gli ucraini sono il cuore dell’ ortodossia russa e hanno un credo fortissimo. In questo anno difficile, altri lutti la tormentano e lei vacilla. Comincia ad avere i suoi anni, ma, mi dice, tra un po’ prenderò pensione, così la darò a mia figlia. Capite, che forza? E lavora, lavora, lavora. Ma oggi l’ho vista piangere senza fine. Oggi, di fronte alle bombe e al suo popolo assediato, l’ho vista perdere le speranze. Perché lei ha fatto tutto per la sua famiglia, che è rimasta in Ucraina, perché orgogliosamente Ucraina. Perché è in quel Paese, il loro Paese, libero, indipendente, che vogliono vivere. Vogliono costruire, crescere, lavorare per quella terra che troppe volte i russi hanno depredato. Andate a vedere il film “Raccolto amaro”, che racconta dell’Ucraina invasa da Stalin negli anni ‘30 e capirete molto del rapporto tra russi e ucraini. Lei é forte, ma anche alla forza c’è un limite. E quelle bombe, ieri, oggi, l’hanno oltrepassato.

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Due anni

Due anni. Sì, due anni da quel 20 febbraio 2020 in cui abbiamo avuto notizia del paziente 1, ovvero del primo caso “autoctono” di Covid a Codogno. Due anni in cui sono cambiate tante cose, ma soprattutto siamo cambiati noi e il nostro modo di relazionarci. Ci siamo detti che ne saremmo usciti migliori. Bah. Di migliore vedo purtroppo poco intorno a me. Ma, nel mio incrollabile ottimismo, voglio pensare che ci stiamo ancora leccando le ferite, che la pandemia è ancora in atto, che forse dovrà passare un po’ di tempo perchè la distanza ci regali i giusti insegnamenti. Di sicuro siamo più egoisti, più stanchi, più arrabbiati, più poveri economicamente, più disillusi. Ecco, disillusi. Il Covid ci ha tolto l’illusione di essere invincibili, perchè dai, dopo essere andati nello spazio, dopo aver inventato tecnologie che ci regalano il mondo in un clic, dopo aver reso il mondo davvero piccolo, ci illudevamo che nulla avrebbe potuto sconfiggere la nostra fantastica umanità. Ecco, forse un meteorite come quello di “Don’t look up” ci faceva un po’ paura, ma non certo un virus invisibile e microscopico. Eppure ci ha messi in ginocchio e dobbiamo assolutamente fare tesoro di questi due anni. Abbiamo imparato a gestire la paura, riscoperto il valore di un abbraccio, compreso quanto sia fantastico viaggiare, colto a fondo il valore unico della libertà, rimesso al centro la nostra salute, prima di tutto. Io sono cambiata in questi due anni e non sarò più quella di prima. Ma va bene così. Il cambiamento è necessario per il progresso e guardare indietro serve solo nella misura che possa insegnarci qualche cosa. Quindi, nel ricordo di chi non c’è più, avanti tutta.

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Ogni scarrafone….

Ogni scarrafone è bello a mamma soja, lo sappiamo. Ma, in questo momento, fossi in Federica Brignone credo che sarei davvero arrabbiata con la mia mamma. Perchè Federica è una donna adulta e una grande campionessa. E il veleno gettato su un’altra grande come Sofia Goggia è inutile quanto controproducente. Da mamma e da figlia credo valga la pena ricordare che crescere un figlio vuol dire supportarlo e insegnargli a vivere nel mondo, non difenderlo a prescindere. Anche quando non serve. Vale per la Brignone e vale per tutti noi, sempre pronti a difendere la creatura dalla maestra, dall’amico, dall’allenatore, a elogiarla sempre e comunque.
Che farsi commiserare dal proprio figlio è qualche cosa che non mi auguro, nè auguro a nessuno.

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Super Goggia!

Ho sempre pensato che lamentarsi serva solo a sprecare energie, che possono invece essere utilizzate per reagire alle situazioni difficili. Sofia Goggia è un esempio bellissimo di questa mia convinzione. Vittima di un infortunio al ginocchio tre settimane fa, contro ogni previsione è riuscita ad andare alle Olimpiadi a Pechino e ha pure vinto una medaglia d’argento. Ora, farsi male ad un ginocchio se sei una sciatrice e devi fare la discesa libera, è quanto più vicino possa esserci ad una sentenza di sconfitta. Perchè scendere, come ha fatto lei stanotte, a centotrenta chilometri orari su un muro innevato, valutando pieghe e appoggi, in una situazione in cui un minimo sbaglio può farti cadere e farti davvero tanto male, bè non è cosa per tutti. E’ cosa per una campionessa determinata come Sofia Goggia. Cosa per tutti è invece l’esempio che deve darci questo gesto sportivo. L’idea che dalle cadute ci si rialza, si combatte, si cerca in ogni modo di arrivare al risultato. Senza recriminare, senza dare la colpa a questo e quello, senza riempire i social di patetici “non ce la faccio”. La vita non regala nulla, la vita si suda, si vive. E se poi non arriveremo alla medaglia come super Sofia, avremo però la certezza di averci messo l’anima. E questo, davvero, è il senso ultimo della fiamma olimpica e del nostro vivere.
ps Grandissima anche Nadia Delago, bronzo!

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Credici

Credere nelle proprie capacità non è un fatto scontato, ma una qualità da educare, giorno per giorno. Nasce e si sviluppa grazie all’esempio e al lavoro dei genitori, che devono essere capaci, cosa difficilissima, di lasciarti libero e, nello stesso tempo, di indirizzarti. Perchè se poi credi in te stesso, bè, la vita è decisamente più semplice. Che è vero che l’atteggiamento attira il successo: devi essere preparato, studiare, farti il mazzo tanto. Ma se non credi in quello che vedi nello specchio, non ci crederanno neanche gli altri. E poi, poi devi essere te stesso. Cosa ancora più difficile. Viviamo in un mondo che, grazie alla continua interconnessione, offre un sacco di modelli, lì, pronti da copiare. Ma nello stesso momento che copiamo un altro, ci stiamo limitando. Gli altri devono essere un riferimento, ok, spronarci ad essere migliori, ma noi dobbiamo essere modelli di noi stessi. Cercare di capire quali sono i nostri talenti, ecco su cosa dobbiamo concentrarci. Perchè ognuno di noi ne ha, tanti, pochi, non importa, ma vanno fatti fruttare.
Dobbiamo crederci, crederci e ancora crederci. E allora sì che raccoglieremo i risultati, certo che li raccoglieremo, e saranno molti di più di quelli che pensavamo.
Davvero.

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Il Gianni nazionale

Non so come andrà a finire sabato sera, ma per me Gianni Morandi è il vincitore dell’edizione di quest’anno del festival di Sanremo. Energia, voglia di vivere, una voce che è quella di un ventenne e una canzone che non schiaccia l’occhiolino a nessuno. Non una furba dance che entra subito nella testa, non il virtuosismo da atmosfera che ti da i brividi e neanche una melodia per stare al passo coi tempi. No. Una canzone di Gianni Morandi, che ricorda “fatti mandare dalla mamma”, che sa di anni ‘60, che ti piace perché vera. E lui scende le scale vestito come sempre, come ci si vestiva a Sanremo trent’anni fa, senza voler stupire con look inediti, completi fluidi, nude look improbabili. La ciliegina, e che ciliegina!, è l’insuperabile Jovanotti, che migliora con l’età e che farebbe ballare un bradipo. Fantastico.